Gnegnet ha perso tempo alle 15:44 di sabato, 15 marzo 2008

Eccolo, il film urèndo.

Esso è Uno su due, lungometraggio di tale Cappuccio con Fabio Volo che fa la parte dell’ avvocato rampante che forse ha un tumore e allora riscopre la vita e capisce che è buono e ragiona come un tredicenne pur avendo 30anni.

Ma andiamo con ordine.

In realtà dovevo vedere Saturno contro, un’altra cosa su cui nutro forti sospetti. Ma almeno con Ozpetek si va sul sicuro perchè -  come dice amica Calvinsarà senza dubbio una storia di froci al gazometro. Invece poi il file se vedeva male, allora niente, metti ‘sto fabio volo.
La storia è, come dicevo, incentrata su questo ragazzo avvocato rampante, molto yeah, anche un po’ burbero. Poi conosciamo la donna, una Anita Caprioli che ogni volta mi tira fuori il lato peggiore. Anita Caprioli è molto bellina, ha un visetto carino carino e quando recita mi ispira tali pensieri di morte che arrivo a dubitare della mia sanità mentale e integrità morale. La caprioli recita male, ma è quel male che si capisce che lei non ne è consapevole. Poi le fanno fare sempre queste parti di donne scialbe che nell’economia della storia sono importanti come l’inquadratura del barattolo del sale al 25° minuto. E per completezza ci tengo a dire che uno dei personaggi più idioti nella storia del cinema è proprio quello di anita caprioli in santa maradona, dove fa Dolores, la ragazza che parla con la bocca a culo di gallina.
Dicevamo dell’avvocato.  A parte anita l’inutile, troviamo anche l’amico ciccio barbuto che è il buono e un po’ tenerone, interperetato (qui attenzione perché è l’unica nota positiva del film) dal sempre bravissimo Giuseppe Battiston, che spicca sempre in mezzo agli altri. Anche se beh in effetti gli altri sono Volo e la Caprioli.

Insomma la cosa è semplice: Volo un giorno sviene in mezzo alla strada e viene ricoverato, forse ha un tumore ma bisogna aspettare le analisi per avere risultati certi. Il film è la storia dell’attesa di questi risultati. In ospedale Volo conosce Giovanni, un Ninetto Davoli simpatico e bravo che ha un tumore al cervello e che aiuta il Vostro durante la degenza. Non è che non voglia raccontarvi cosa succede, ma non succede nulla. La mancanza di accadimenti travolgenti, in un film, non è di per se una cosa negativa. Però se non succede nulla e questo nulla è raccontato male allora sono cazzi amari. Volo passa questi gioni in ospedale e gli prende male. Ha la faccia storta, gli rode il culo. Tratta male tutti. Tratta male Giovanni, che invece lo aiuta col pappagallo e lo fa ridere facendo battute sozze sulle infermiere. Poi Volo esce – sia ringraziato iddio perché la parte ambientata in ospedale è di una noia quasi stupefacente – e torna a casa, dove continua a rodergli il culo. Temporaneamente caccia anche Anita, cosa che avrei fatto anche io. La caprioli ovviamente interpreta questa scena drammatica con lo stesso pathos che metto io quando chiedo al verduraio le mele e le pere.
Poi Volo torna a trovare Giovanni (ripeto, gli eventi si susseguono proprio così, non è che io salto qualcosa eh) e scopre che Giovanni mannaggia poverino lo hanno operato d’urgenza e sta per tirare le cuoia. Allora lui apre la settimana enigmistica e dentro trova una lettera che il moribondo stava scrivendo alla figlia Tresy (scritto così, per far vedere che giovanni è ‘gnurant) che non vedeva da anni e che non sapeva della malattia del padre.
Volo allora prende il pandino e va in umbria da tresy che dopo un goffo e fallimentare tentativo di mettere le mani in caciara capisce che Volo è amico de padre e si fa portare in ospedale per riconciliarsi con un ninetto davoli su letto di morte.
Naturalmente, Volo non ha nessun tumore. Durante la scena dell’annunciazione dei risultati delle analisi, Volo aspetta che il dottore legga tutte le carte e mentre aspetta penZa e ripenZa e penZa cose come: mi piace il sole, voglio vivere, mi mancherebbero gli occhi delle persone vive, vive come me, chissà giovanni come sta, mi mancherebbe il mare grande e bello il verde degli alberi fare all’amore mangiare il gelato vincre al totocalcio. Voglio vivere!!!

E purtroppo vive. E torna anche con bocca a culo di gallina.

Voto: non pervenuto, volendo una stelletta ma deve essere proprio piccolissima.

Ci sono alcune cose di questo film che lo rendono un film inguardabile e sono cose elementari.
Fabio Volo: Fabio Volo sta simpatico a tutti, anche a me. E’ un simpatico cazzone che ha tanti amici a radio dj e a mtv e allora gli fanno fare un saco di cose che però escono fuori tutte male. Fa lo scrittore (aia), fa l’attore (aia), fa l’intrattenitore, e questo gli riesce già meglio, ma ancora meglio forse gli riusciva continuare a fare il fornaio. Nel film recita come uno che nella vita faceva tutt'altro e poi all'improvviso si è ritrovato lì (in effetti, è la vera storia di Volo), soprattutto quando deve esprimere concetti seri e fare la faccia seria. Teribbile.
Sceneggiatura e morale: la trama è una stronzata ma ripeto, non è questo che di per sé rovina il film. La cosa che mi urta è che il regista voleva esprimere concetti banali e l’ha fatto in modo banale.
Anche le banalità sono importanti. Si fanno continuamente film sulla bellezza dell’amore, sull’amicizia, sulla paura della morte (cfr. le invasioni barbariche) sul sesso e sui rapporti tempestosi coi genitori. Sono tutte cose che dette così puzzano quasi di fritto tanto sembrano dette e stradette. Però che cazzo, al cinema non si racconta solamente, si cercano anche i mezzi per raccontare. Non so, è come se Uno su due l’avesse girato un ragazzino di liceo. O anzi, è come se l’avesse girato fabio Volo.


Come ha detto Pans, va riconosciuto però che questo film un messaggio vuole trasmettercelo, e questo messaggio è: se te dicono che forse c’hai un tumore, po’ esse che te roderà er culo.

 

                            


In alto: Cappuccio (a sinistra) e la Caprioli cercano di giustificarsi davanti alla folla che chiede indietro a gran voce i sette euro del biglietto.


 

 


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Gnegnet ha perso tempo alle 13:12 di mercoledì, 12 marzo 2008

Un groar panteresco, carissimi amicici, apre questa ennesima recinzione.
Ieri pensavo che potrei fare una sigla di apertura con la mia faccia nel cerchio mentre ruggisco, come il leone della Metro-Goldwyn-Mayer. Ma non sarebbe, senza voler esagerare, a dir poco fantastico? Secondo me sì.
Il dilemma di oggi è questo: sono andata a vedere Non è un paese per vecchi. Il film mi è piaciuto assai assai, forse è uno dei più belli visti nell’ultimo paRo d’anni. Però come faccio a fare la recinzione stupida? Non sono mossa da spirito di perculamento e per una volta forse dovrei tacere. Però sto qui su questa sedia con una coperta sulle spalle, mentre sorseggio il mio succo alla pera marca discount (non sono sempre così sesci, a volte mi lascio anche andare eh) e qualcosa devo pur dirla. Vi posso dire perché m’è piaciuto.

Che ci va a fare, uno al cinema, detto così sinceramente tra noi? Tra noi che siamo persone anche disincantate, anche disilluse, ma che ancora cerchiamo nella finzione l’ultimo scampolo di verità rimasto? (no mamma non togliermi la gnugna ne voglio ancora!).
Cerchiamo il brivido, cerchiamo la sorpresa, cerchiamo l’emozione, cerchiamo anche i personaggi epici, la vita la morte la fortuna l’eroe l’antieroe anche un po’ le sozzerie ma questo meno. Il film dei Coen è tutto pieno di topi americani e di topi dei Coen e di cinismo. Gli americani basta che gli dai la prateria sconfinata, un cavallo, un negozio di ferramenta, dei jeans e un motel e riescono a girare una cosa che a me ha emozionato. Certo, un rumeno o un portoghese non avrebbero potuto girarlo, ovvio. Nemmeno un italiano, o un francese. Ma è questo il bello delle differenze tra cinemi e cinemi, secondo me. Il film non è un western, non è un thriller e non è un poliziesco. C’è sangue, un po’, ma non è splatter. Questo lo dico per tutti quegli imbecilli che sui forum di cinema straparlano senza sapere una ceppa di quello che gli esce dalla bocca e dicendo cose come “non ha una trama” (falso), “mi aspettavo un thriller e non lo è” (e allora? Io volevo essere più alta e non lo sono, mica me la prendo con mia madre), “non ho capito dove vuole andare a parare, il finale è in sospeso” (anche la bibbia lo è).

Le morti sono tante e tutte sono morti senza senso, inutili. Si ammazzano per droga e per soldi. L’unico personaggio buono, ma anche lui annichilito e sfiduciato, è lo sceriffo che chiuderà tra l’altro il film con un bel monologo a tema onirico.
Poi, c’è un sacco anche l’ironia dei fratelli Coen: a volte mentre si ammazzano tu ridi, spesso perché il dialogo che precede l’ammazzamento è surreale o perché ti concentri ancora di più sui capelli di Bardem. E’ un film sul cinismo ma anche sulla stupidità della violenza ma anche sul nonsense della vita.
Bardem, gran pezzo di uomo (a parte i capelli dico), è andato agli oscar accompagnato dalla mammina. Questo sapete che su una donna ha un effetto di stravolgimento romonale e tutti gli ormoni gridano: fatti fecondare da lui è un brav'uomo. Però poi ho scoperto che se la fa con Piccolo Topo Penelope Cruz, e questo non va affatto bene. Comunque, ma che vi devo dire: questa non è una recinzione ma un sospiro soddisfatto. Andatelo a vedere, poi esprimetevi. Se qualcuno lo ha visto e lo ha trovato riprovevole può anche discuterne con me nei commenti, non cercherò di convincerlo del contrario o di estorcergli con la forza l'indirizzo di casa per andarlo poi a picchiare di notte.

Voto: tre stellette.

Questa settimana rivedo Fargo, per forza.
Ho ricominciato a studiare per un esame, non ne ho voglia e ogni volta mi addormento (argomento: la resistenza dei greci ai romani)(ora mi capite, vè?)(a me questa nuova laurea non mi convince)(già?)(sì).

 

 

               

   


In alto, Bardem con la madre che si vede benissimo è una donna crudele che odia tutte le nuore.


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Gnegnet ha perso tempo alle 22:48 di giovedì, 06 marzo 2008

Mancano otto minuti alla fine di questa giornata piena di pony buste da lettera email caffè manoscritto battute cartellina figura sigaretta dhl timbro ricevuta e fattura, e io siccome ho deciso di farmi dimmale seriamente ora recingerò Caos Calmo. Posso farlo perché sto usufruendo del computer con lo schermo verso il muro, perché l’altro è il computer per le cose serie perché quelli che passano lo vedono tutti. Come l’amico di mio padre all’università che aveva due libretti per gli esami, uno per i genitori (pieno) e uno per lui (vuoto). Che cazzo c’entra? nulla. Ma proseguiamo.
MM.
Allora devo dire però prima che magari qualcuno fracassi i maroni che non ho letto il libro. Quindi, vi parlo del film come se il libro non esistesse. Sì, lo so che è tutto tratto da una cosa già esistente ma tanto si sa che i film sono un’altra cosa, e questa come giustificazione credo che vada più che bene (ecco, ci metto anche un timbro e chiamo il pony, va).

Caos Calmo, come direbbe la Bignardi su Vanity o la Palombelli su non so dove, da Mentana magari – poi un giorno vi dico cosa ne penso della Palombelli -  è un film che parla di come il dolore possa affrontarsi col silenzio. Questo è in estrema sintesi, una sintesi che umilmente definisco però completa, il succo del film. Infatti a Nanni Moretti, che non è Michele Apicella e che risulta leggermente meno psicopatico (ma poco di meno eh), gli decede la moglie malata e lui rimane solo con questa bambina bionda molto intelligente e con gli occhi svegli. Nanni rimane spiazzato e a bocca aperta, ma non fa scene tragiche, non si strappa i capelli e non chiede aiuto. Inizia a fare delle liste, inizia a non andare più in ufficio e a passare il tempo nel parchetto sotto la scuola della figlia. E lì incontra gli amici e guarda le ragazze e parla coi parenti e riceve colleghi di ufficio e clienti vari.
Ora.
Devo continuare?
Volete sapere come finisce?
Niente. La figlia gli dice papà non puoi vivere nel parchetto sotto scuola che ci facciamo tutti e due la figura dei babbei, e lui allora torna a casa. Ma nel mentre conosciamo suo fratello, un Alessandro Gassmann più dentone e abbronzato e molesto che mai, e Isabella Ferrari con cui Nanni farà delle sconcezze.
Esatto. Questo è il film di cui hanno parlato e riparlato tutti i giornali e le televisioni a causa di un tre minuti di scene di porcherie. Naturalmente dirò la mia: mai, mai e dico mai fidarsi del tanto parlare su un film prima che esca il film. Non è sciatta dietrologia, ve lo assicuro, ma se un poco conosci il mondo della pubblicità capisci che evidentemente si sta facendo chiacchiericcio preventivo su un prodotto che  ha bisogno di una spintarella. Infatti, il prodotto in questione non è male, giammai, è tollerabile e a tratti piacevole, ma non so perché uscita dal cinema ho avuto come la sensazione che al cinema sì, ok, ma in seconda serata su canale cinque ancora meglio. Nel senso che filmetto casalingo esso è. E poi vi invito tutti a ragionare su una cosa: vi è mai capitato, durante la vostra vita intensissima, di aver sentito parlare tanto di una cosa che po s'è rivelata meravigliosa? io no. Nessuno per esempio mi aveva avvertito della bontà delle vigorsol alla liquirizia, l'hom dovuto scoprire da sola. Ma anche dei chicchi di caffè ricoperti di cioccolato del discount, l'ho scoperto da sola grazie al passaparola.
Inoltre, temo che senza Moretti, Orlando, Golino e Polansky sarebbe stato un film molto molto più vuoto. Ed è vero che un film lo fanno gli attori, ma anche il regista porco demonio ha la sua parte, io dico.

Ah, ma che volete sapè la scena sozza, voi?

Ve la dico.

Si vede il culo di Moretti, poi si vedono le tette della Ferrari, poi se vede un po’ anche la mutanda di Moretti e un po’ di culo della ferrari, poi si sentono rimori di sciaf sciaf e pant pant e poi io ho guardato il pacco di pop corn e mi sono persa dieci secondi buoni.
La cosa che più mi ha colpito è stato il parco in cui Nanni vive per tutto il film. Ho cercato su gugol, è a San Saba a Roma, ci voglio andare a San Saba non ci sono mai stata e pare sia un bel quartiere.

 

voto: una e tre quarti.

 

Spinaceto, un quartiere costruito di recente. Viene sempre inserito nei discorsi per parlarne male: "Ma qui mica siamo a Spinaceto!", "Ma dove abiti, a Spinaceto?”
Poi mi ricordo che un giorno ho letto anche un soggetto che si chiamava “
Fuga da Spinaceto”; parlava di un ragazzo che scappava da quel quartiere, scappava di casa e non tornava mai più. E allora andiamolo vedere Spinaceto! ... Spinaceto, pensavo peggio. Non è niente male."

Nanni Moretti, Caro Diario

                     


                   In alto, Moretti e Ferrari ridono di noi. Non con noi.


 


 


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Gnegnet ha perso tempo alle 19:56 di martedì, 05 febbraio 2008

Scampata alla morte come un povero uccellino che cade dal nido, rimane sciancato ma non rende l’anima a dio (che?) eccomi qui di nuovo a recingere per voi. Ma per voi chi? Ma che ne so.

Il filmo è Mio fratello è figlio unico, anno 2007, regia Daniele Luchetti.
Voglio subito dire che purtroppo, aimè, mi spiace, coprotagonista è lui. Quest’uomo veramente, io non lo odio solo perché va di moda ma ho alla base motivi fondati, motivi seri. E senza vergogna anzi qui dico che recita meglio lui di, per dire, Ezio Greggio? Eh. Però veramente, questo suo spalancare gli occhi a ogni battuta per far vedere che ce li ha verdi mi provoca l’orticaria. Qualcuno poi gli dica che quei capelli sembrano sempre unticci, faccia qualcosa. Ma a parte questo.
Il filmo inizia in una Latina anni ’60, che chiameremo Latrina per rispettare le consuetudini linguistiche della mia regione, e narra la storia del ragazzino Accio che deve crescere e crescerà, ma un po’ in mezzo alla merda. La famigghia protagonista è composta da mamma e papà, due figli maschi e figlia femmina. In giro non ci sono tanti soldi e verso i 13 anni Accio decide di entrare in seminario e farsi prete (cammeo di Celestini che fa il prete capo). Ma il ragazzo è sveglio e soprattutto più forte di gesù saran le seghe, per questo urla di qui ribellati di lì viene rimandato a casa. A casa il giovine si rimette a studiare per convincere i genitori (mamma casalinga e papà operaio) che ha i numeri per entrare al classico e poi per frequentare l’università. Passano gli anni, e si acuiscono gli scontri politici. A Latrina, manco a dirlo, spopolano i fasci e mentre i due fratelli si danno anima e corpo al movimento di sinistra, Accetto deciderà di iscriversi alla sezione missina. Suo guru è il sempreamato Zingaretti, che qui fa la parte del fascistone pelatone ma che a noi piace lo stesso perché siamo donne di gusti prevedibili. Il ragazzo ci crede veramente, e inizia a partecipare ad azioni di rappresaglia e vandalismi vari promosse dalla sezione. Scontri anche in famiglia, dove intanto il fratello scamuffo (che intanto è diventato operaio che combatte dall’interno il sistema) si dà da fare con ragazze attratte dai suoi capelli unti.
Accio invece fa molta pena. Nel senso: lui è un rincoglionito senza scampo. È buono dentro, non ci sa fare con le donne, ha scelto la parte politica forse meno vincente e meno scopereccia ed in fondo un boccalone (come non amarlo). Passano gli anni, boccalone cresce, si allontana dai missini e anzi, con un clamoroso voltafaccia stile mastellone che gli perdoniamo solo perché ancora molto giovane e brufoloso passa quasi dall’altra parte, sempre però in maniera più distaccata e critica.
Ultimi venti minuti, Elio metterà una toppa lì dove Scamuffo aveva fatto il danno, accollandosi il figlietto del fratello e tornando a vivere in famiglia.

Fine.

Su questo filmo ho da dire varie cose. Prima di tutto, come al solito bravissima Angelo Finocchiaro (la mamma) che è una di quelle attrici del cinema italiano di cui davvero sono sempre contenta, anche quando la rivedo che fa la pubblicità degli assorbenti alla tv delle ragazze (mandate avanti la dandini, e poi c'è lei qui). Poi Elio Germano molto molto bravo, e un applauso anche al ragazzino che interpreta Accio tredicenne. In realtà, dai, lo dico: pure Scamuffo male non è, che vi devo dire, se è vero è vero. Sembra quasi recitare, a tratti.
La storia di questo ragazzo che non sa dove sbattere la testa mi ha molto commosso, perché il film non è tanto l’ennesimo racconto sul 68 quanto la descrizione delle turbe di questo tipo qui. Anche i dialoghi mi sono molto piaciuti, a l’approccio realistico che come al solito ha Luchetti e che ha un certo tipo di cinema italiano. Però grande delusione per quanto riguarda la trama. Da circa la metà in poi il film scende, scende, arriva a un punto morto e non racconta molto altro. La storia complessa dei cambiamenti travagliati che affronta Accio è accennata, e ad un certo punto sembra che la sceneggiatura sia stata scritta dal regista alla cazzo, alla fermata della metro tra una giornata di girato e l’altra. Pensavo evolvesse in maniera migliore, invece niente, pattume.
Ma nonostante questo, vi dico: vedetevelo. E mentre lo guardate, pensate che esistono queste produzioni e poi quelle come questa. Non posso fare nomi perché ormai su sto blog arriva solo gente che cerca s.m.t.c.a. frasi, s.m.t.c.a. scene, s.m.t.c.a. regista (ma anche un simpatico s.m.t.c. merda).
Lo sapete quanto ha incassato?
4.629.286 neuri a tre giorni dall’uscita.
Ieri Moccia era a buona domenica (avevo la febbre, sono giustificata), con la sua capoccia enorme e la sua voce imbarazzante e diceva frasi come: vedrete voi diciassettenni come sarete diverse a vent’anni! non ci è paragone!
Moccia ma che dici? ti ho detto duemila volte che non devi abusare di quel mischione di coca e viagra che poi ti incastrano con questi film e devi dare un sacco di soldi a raulbova che poi non ce lo togliamo più dalle palle, maledetto lui e il direttore del casting dei fratelli Abbagnale.
A me Moccia un po’ fa pena, è ovvio che anche lui (come giovanotto)(non metto il link chè lincare le mie cose mi fa tristezza) non sa dove sta andando.

Ah, ma ho cambiato discorso: voto a Luchetti: due e mezzo (si può dare di più).

(Ah, un’ ultima cosa davvero: a proposito delle prossime elezioni. Non voglio fare come emilio fede che spergiurò di andare in esilio nel caso di una vittoria della sinistra e invece è ancora lì a Milano a farsi le lampade, ma io nel caso di Silvio e compagnia bella di nuovo tra le palle me ne vado. Mica per altro, ma mi sarei un po’ stancata. Dicevo all’amichetto poco fa che l’Italia è un paese che io amo, ci sono affezionata, ma ormai sono arrivata a capire chi è sentimentalmente legato al Nicaragua, dopo un po’ perdi le speranze).

 

 

                         


In alto, Accio (al centro) saluta Storace, a destra.


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Gnegnet ha perso tempo alle 16:52 di mercoledì, 16 gennaio 2008

Prima della recinzione che tutti chiedevano a gran voce, ma a gran voce eh, lo scrivo qui:

cerco lavoro, anche gratis.

Magari qualcuno ha bisogno di una badante o di una cameriera o di un’archeologa. Avete trovato nel vostro giardino cocci di dubbia provenienza? Avete bisogno di un aggancio sicuro e discreto con la crem della crem dei tombaroli de Roma per rivendere quel vaso a figure nere che per ora usate come reggilavandino? Sono qui, perdio.
Davvero, non se ne può più.
Mi sto lentamente rincoglionendo. A.I.U.T.O. Sono arrivata al punto di guardare con occhio tentato l’annuncio “5 clown e trapezisti cercasi” letto ieri su Lavorare. L’annuncio è vero. Io le pallette da giocoliere ce l’ho, ma non riesco a tenerne due in mano insieme, in pratica. Mi vanno in corto i neuroni mi vanno.

E ora, la recinzione (la lunghezza del post è direttamente proporzionale alla grandezza delle mie palle).

Avevo tredici anni e insieme ai miei amichetti una sera decisi di fare la notte di paura. La notte di paura consisteva nel vedere un film dell’orrore e poi fomentarsi a vicenda la paura per poter avere una scusa per passare una notte in bianco e il giorno dopo, a scuola, raccontare a tutti che si era passata una notte tremenda e di paura, mentre voi, ah ingenui, dormivate il sonno dei giusti.

Il film scelto fu L’esorcista.

Mia madre, saputa la scelta del film, annuì calorosamente sentenziando: è il film giusto se volete fomentarvi la paura. Io lo vidi al cinema e dalla paura mi venne la febbre. (pare che questa storia sia vera)(era ovviamente un virus normalissimo, ma a mia madre piace raccontarla così)(no, mia madre non telefona ai maChi o robe del genere, comunque).

Quindi ora vi racconto la trama dell’esorcista, perché tra l’altro ho scoperto che c’è gente che non l’ha mai visto, spesso perché “non credo nel dimogno ma non si sa mai io queste cose non le voglio sapere”. (spesso questi, invece, telefonano ai maChi).

Allora L’esorcista inizia come un film che ogni volta lo inizi a vedere e dici due cose

“Ma no, aspetta, mi sa che hai scaricato un’altra cosa questo non è l’esorcista”

“Ma non c’è l’audio!”

Questo perché il filmspettatore è spiazzato da questo inizio molto spiazzante, di questo prete archeologo che va in iraq a scavare e trova una statuetta di una cosa tipo elfo ma cattivo, elfo dalle fattezze orientaleggianti, elfo che tu lo vedi e capisci subito che rappresenta il male, o, usando un termine che nell’ultima enciclica paparazzi usa a iosa, il dimogno. (E’ stato qui che ho deciso di studiare archeologia, perché in cuor mio spero sempre di trovare una statuetta di satana invece mai niente, sempre pezzi di cornicioni e mattonelle. Due coglioni.)

Prete archeologo capisce subito che qualcosa non va, ma mica per altro, solo perché il dimogno in persona a una certa gli appare in tutta la sua sconvolgente realtà e gli dice Padre, non per gnente, ma io esisto, è ora che si sappia.

Intanto, in un tranquillo quartiere borghese di Washington, vivono madre attrice democratica e razionale e figlietta coi ciucci come candy candy, che chiameremo la psicopatica per rispettare la realtà dei fatti.
Un giorno psicopatica trova un tabellone per parlare con i morti (non so il nome, dai, quello con le lettere che si muovono da sole e dicono sì, no, forse) e inizia a intrattenersi con amici immaginari. Contemporaneamente, dalla soffitta iniziano a giungere rumori come di ruggiti di leoni o di pontili in metallo che si alzano, - rumori che a casa mia sono considerati normalissimi visto che il forno sito nel mio palazzo inizia a preparare le cazzo di pagnotte alle tre di notte.-
Lo racconta a mamma attrice che un po’ ci rimane male, un po’ pensa sarà l’adolescenza, sai com’è le canne gli amici immaginari le prime pippe i piccoli furti alla upim, non sospettando minimamente che il dimogno sta già facendo il cambio di residenza e presto saranno cazzi loro.
La bambina peggiora sempre più.
Una sera, durante un party nella casa, la ragazzina scende in salotto e piscia sul tappeto dicendo al pianista Tu morirai. Che poi ho sempre pensato: per il dimogno, che come tutti sappiamo è potentissimo e ha un sacco di magie e spade laser, questo sarebbe il massimo?cioè, non gli era venuto in mente nient’altro che una spisciatella sul tappeto e i sinistri rumori dalla soffitta? Così siamo buoni tutti, dimogno, così non vale.
Vabbè, ve la faccio breve anche perché non posso certe trasmettere la suspance del film qui nel post. Dopo le ultime trovate di psicopatica, che ormai dice cose volgarissime e gira le palle degli occhi, madre inizia a consultare i medici, che tengono sotto osservazione la figlia e le dicono, Signora, sua figlia dice un zacco di sozzerie e parolacce, dice sempre pisello, patata e anche puppa, sua figlia è schizofrenica. Ma le medicine non risolvono nulla, e un giorno un team superspecializzato di medici fa Signora, le dobbiamo dire una cosa. Forse sua figlia è matta e forse con un esorcismo potrebbe autoconvincersi di essere guarita e guarire. La madre, giustamente, bestemmia. Ma come esorcismo, dice, ma che rimedio medievale è?ma come è possibile?ma perché, esistono ancora gli esorcismi? Ah vabbè allora dateci anche un canarino per l’emicrania, a questo punto.

-e qui, si capisce bene che la signora non abita a Roma, perché per dire, avete presente quella chiesa a via Marsala davanti alla stazione?esatto, lì fanno gli esorcismi (lo so perché una volta ci ho portato un amico mio che pisciava sui tappeti)-

Alla fine stanca di telefonate su telefonate al tappezziere, la signora contatta il prete pugile. Il prete pugile è un prete figlio di emigrati greCHi, un prete un po’ così, alcolizzato maledetto, belloccio, con faccia depressa e in crisi mistica.
Prete pugile le dice Signora, ma quale esorcismo, ma che cazzo dice, poi va a trovare psicopatica e si convince. Si convince perché psicopatica vive ormai rinchiusa nella sua stanza che per opera del dimogno è a tre gradi sottozero di media, è diventata tutta gialla e sgarrupata esattamente come la faccia della ragazzina che è legata al letto e rantola (e ha i capelli untissimi). Allora prete pugile fa richiesta per l’esorcismo e lo accoppiano al prete archeologo, quello dell’inizio del post.
Questa statemi attenti perché è la parte centrale del film.
Io dalla visione di questi film ho capito che un esorcismo non è solo una preghiera, non è una semplice richiesta di aiuta al signore perché ci liberi dal male amen. Tutto dipende dal grado di importanza del dimogno che alberga nel corpo occupato. Se è occupato da una sataniello un po’ così, cintura bianca, ho capito che bastano tre massimo quattro ave maria e una pacca sulla spalla, e lui esce. Ma la psicopatica era occupata da satana in persona, e tu pensi che satana in persona se ne va via così? Eh, seeh.
I due preparano il tutto: per fare un esorcismo a satana devi avere, faccio un attimo un sunto così nel caso sapete cosa fare:

ingredienti: una bibbia se unta e bisunta è meglio, fa più fede vissuta, un libretto di istruzioni per esorcismi (alla gs euri 3.40), l’acqua benedetta (tanta), due rosari, un asciugamano, crocifissi, la sciarpa quella da prete serio (quella viola, mi pare), ovatta e acqua calda (che fanno sempre comodo metti che qualcuno partorisce all’improvviso).
Indi, devi iniziare a dire queste preghiere: Esci da questo corpo, nessuno qui ti vuole bene, noi non ti vogliamo, a noi i tuoi sporchi trucchetti non fanno paura, io sono amico di gesù, che ti credi che solo tu hai i poteri? cacca a satana e fiori a gesù, anche io ho studiato il latino, sei solo un povero fallito, e secchiate e secchiate di acqua benedetta.
La ragazzina reagisce malissimo: a parte la famosa scena del vomito verde, inizia a parlare con la voce della madre morta del pugile, poi inveisce in barese ma al contrario, poi fa battute che eh, in effetti mi hanno fatto ridere, dice un sacco di volte pompino, urla, spezza le catene, fa sollevare il letto, fa uscire conigli dal cappello, rutta e si masturba col crocifisso (fico!).
Il rito dura tipo tre giorni, al termine dei quali prete giovane inizia ad invidiare sul serio lametta e prete vecchio muore cadendo dalla finestra per mano del dimogno che entra il lui e poi scappa, tipo presa en passant dei pedini a scacchi.
La bambina si rimette, cambiano casa, ritorna la normalità.
Ma siamo proprio sicuri che il dimogno ora non alberghi in te? Sei sicuro che quel rutto oggi dopo pranzo fosse un rutto normale, un rutto approvato dalla cei?

Vi ho fatto venire la paura?

Il film non è un brutto film secondo me. Certo, identificarti non puoi, ma è un po’ più evidente rispetto ad altri film sul male e el diablo che la lotta tra male e bene è soprattutto lotta tra la razionalità e l’irrazionalità. Poi per dire, la madre è simpatica e anche gli attori che fanno i preti sono bravi.
C’è una scena all’inizio, quando ancora la figlia è abbastanza normale, in cui se metti il fermoimmagine vedi la faccia del dimogno su un’anta di una credenza in cucina.
Nella versione rifatta sono stati aggiunti 11 minuti di film, undici minuti inutili, nei quali ad esempio psicogirl scende i gradini di casa a testa in giù, come quando da piccola facevi il ponte  e la verticale.
Una volta ho visto il making off del film in cui si vedevano i truccatori che provavano le maschere di paura alla rigazzina, e la voce fuori campo diceva Calcolate rigà che questa che vedete nel film è quella meno brutta, le altre facevano davvero troppa paura.

Io non so, secondo me da questi film c’è da imparare. Quando l’ho rivisto sono andata a cercare su internet le scene degli indemoniati, sai quelle scene di gente che si dimena per terra e tutti che la tengono e urlano è il satanasso è il satanasso Sono bei filmati, adrenalinici, belli, fatti bene.
Però per evitare disguidi col dimogno, che dico di essere atea e ademogna ma vai a sapere, prima invece di dire casa mi è scappata asac e la cosa è preoccupante, metto qui una cosa che vi aiuterà a purificarvi alla fine della faticosa lettura di questo ciarpame.

(voto film: due stellette)

 

Ps: su Repubblica di oggi, a pag. 27, un' inchiesta sugli esorcismi in cui padre Alfonso, esorcista torinese, in un rigurgito di lucidità ammirevole ammette: collaboro con uno psichiatra,la gente che cerca il mio aiuto ha evidentemente bisogno di cure mediche.

Pps: come al solito ecco i compiti per casa.

 

 

                          


In alto, Dimogno in un cammeo che pare gli venne imposto dal regista ma che lui oggi rinnega.


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Gnegnet ha perso tempo alle 20:06 di venerdì, 28 dicembre 2007

A grande richiesta (mia) tornano le recinzioni dei filmi.
Ieri, mentre cercavo ancora di digerire i 7,5 kg di baccalà fritto mangiato a natale, mi sono chiesta: perché non fracassare le balle a quei cretini del blogghe con un film un po’ vecchiotto ma che secondo me vale la pena? Eh allora, ma cosa aspettiamo, dai su che tanto state a casa a non fare un cazzo o anche in ufficio a vegetare a parte controllare che il capo non entri o che il moroso/a vi abbia mandato il trecentesimo sms della giornata.

La moglie del soldato è un film di quelli che poi uno, dopo che lo ha visto, rimane un po’ attonito e pensa: forse è la solita storia d’amore, forse Gnegnet consiglia solo merda e dovrebbe andare a lavorare invece di scrivere su un blog e mangiarsi le unghie e ingrassare ogni giorno di più come una vacca svizzera (ah, no, questo lo penso io, scusate). Praticamente, cioè, tipo, allora: ci sono questi terroristi irlandesi che, mossi dall’ IRA, decidono di rapire un soldato inglese negro (non si dice negro, comunque) e di chiedere uno scambio. Il film inizia con la terrorista che si finge mignottone per accalappiare la preda in un luna park: atmosfera squallida, tutto va come deve andare e il soldatino ci casca. Isso è portato in un posto segreto, e tenuto lì legato e incappucciato e controllato a turno dai duri e puri irlandesi. Ma tra gli irlandesi c’è chiomaselvaggia (Fergus), un uomo che, avendo tali caratteristiche:

capello unto

bruttezza intrinseca

sguardo da babbeo

irlandesità

divenne, quando lo vidi for the first time, il mio uomo ideale. Babbeo, durante i giorni della prigionia, si mette a parlare con soldato. Un po’ gli fa pena; gli toglie il cappuccio per farlo respirare, lo sta a sentire, gli offre sigarette, gli regge il pisello mentre fa la pipì con le mani legate: i due diventano quasi amichetti. Soldato però a una certa capisce che sta per morire, e gli chiede un favore: occupati di lei, della mia amata, che vive a Merdatown e fa tipo la shampista.

Ad una certa arriva l’ordine di uccidere soldato. Babbeo si prende l’onere della cosa, e col groppo in gola lo porta in mezzo a un bosco. Siccome però è cuore d’oro (e anche babbeo,ça va sans dire) lo lascia scappare, se non fosse che negro corre male essendo anche grasso (tutte lui, eh) e non guarda quando attraversa per cui finisce malissimo sotto un camion.

Nel mentre, commandi speciali dell’esercito inglese irrompono nel covo. Fuggi fuggi generale, tutti si disperdono, una camboggia fratè.

Passa il tempo. Babbeo decide di andare a trovare la shampista (non stampista, word, shampista, cazzo!); e in effetti la trova. Shampista è molto bella, ha lunghi capelli ricci e una voce molto molto profonda, quasi da uomo. Lui se ne innamora e anche lui un po’ pensa sia l’uomo della sua vita.
Lui la approccia in un bar in cui lei canta una canzone che – ah- m’ha sempre spezzato il cuor e che anche io canto quando sono sotto la doccia e uso il doccetto grohe come microfono e mi sento molto yeah (non capisco quando una cosa posso dirla o sarebbe meglio tenerla per me).
Lei fa la dura – è una donna che viene dai sobborghi – e all’inizio lo respinge. Ma alla fine cede e lo invita a casa.
Vanno avanti un po’ così, la prima uscita, la seconda uscita, poi lui comincia ad andare a prenderla a lavoro, poi lei gli porta il gavettino sulle impalcature (perchè lui sta cercando di nascondersi e rifarsi una vita e si è messo a fare il muratore). Ora, a questo punto io non posso rivelare una cosa quindi copio e incollo da un sito internette che parlando di questa trama riesce a uscire dall’impasse in maniera diplomatica e signorile dicendo: qualcosa di inaspettato muta il suo atteggiamento (di babbeo, NdGnegnet) nei confronti della donna.
Intanto, i compagni IRAti di FergusBabbeo lo raggiungono per cooptarlo in un altro rapimento, ma la giovane shampista cantante impedirà lo sconsiderato gesto. Poi, tutta una serie di eventi tragici accadono. Non ve li dico, ma sono molto tragici (no, loro però non muoiono).
Il film finisce male, ma di quel male che non mi sento di definire male male. Un po’ come Mary Poppins, che uno dice: è finito male, lei se ne va, ma in realtà lascia una speranza. O come La meglio gioventù, che finisce un po’ così, un po’ con l’amaro in bocca. O come Blade Runner, che nessuno ha mai capito come finisce. Ecco, non come il Titanic, che invece finisce proprio male male senza ombra di dubbio e nemmeno come Cenerentola, che finisce proprio benissimo, se non ve ne foste accorti.

 
Notizia sparse: il film è del 1992, regia Neil Jordan, oscar nel 1992 per la migliore sceneggiatura originale. Babbeo è Stephen Rea e il titolo originale è The Crying Game, che è anche il titolo della canzone che canta lei e che piace a me.

La scena originale del film con la canzone bella ve l’ho messa qui, prendete e godetene tutti, magari cercate di non fissare troppo attentamente il vestito che lei indossa.

Le stellette sono tre.

Ah! Dimenticavo di dirvi che ho ripreso a fumare dopo 24 ore (periodo di tempo del tutto rispettabile, comunque).

 

                            


In alto, Babbeo si chiede pensieroso se sia proprio il caso di scopare la donna del soldato rapito e tragicamente morto per causa sua.

 

 



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Gnegnet ha perso tempo alle 22:49 di domenica, 09 dicembre 2007

Io ho un enotecaro di fiducia, molto simpatico. Quando vado da lui e gli dico: vorrei una bottiglia buona, fai tu, lui è tutto contento e mi chiede cose come Lo vuoi secco, amabile, dolce, che ci devi fare, senti questo che buono viene dalla Sardegna, ora lo annuso, annusalo anche tu. Fa tutte quelle mosse tipiche dei sommelier, me lo versa, io assaggio e dico: mmmmm, ma è una delizia.

L’enotecaro non sa, però, che il mio palato distingue solo la merda pura dal vino bevibile, e tutte le sue energie e i suoi sforzi mi fanno molta pena. Ieri sera si va da lui e si compera un vino bianco.

Enotecaro! – faccio- che sia buono, e che non superi i dieci euro. Devo vedere un film pasteggiando con una cosa decente.

Lui scruta le sue settemila bottiglie, e poi dopo una ventina di minuti fa, con tono misterioso: questo va bene. Ma dopo non so se ricorderai la trama del film: questo vino è infido.

In effetti non ricordo molto bene di cosa parlasse Il grande capo, di Lars von Trier (sì, mi rendo conto che le introduzioni alle mie recinzioni si fanno sempre più prolisse ed insopportabili). Il film è una commedia, stranamente. Non ci sono bambini down che rovesciano piatti né inquadrature di trenta minuti su uno scarpone rotto con sottotitoli in finlandese. Ci sono però, sempre al solito suo, battute sui danesi e prese per il culo degli islandesi. Cose che a me fanno ridere molto, non ho mai capito perché.

Il film è la storia di un’azienda di informatica danese i cui dipendenti, in dieci anni, non hanno mai incontrato il Capo. Per anni ne hanno sentito parlare, hanno ricevuto email da lui, direttive e licenziamenti, ma non l’hanno mai visto. In realtà il grandecapo non esiste. Il fondatore dell’azienda, al momento della fondazione, non volle sobbarcarsi degli oneri di un vero presidente e così decise di mostrarsi agli altri come un dipendente qualunque portando avanti però questa farsa del capo che viveva in america. Ma un giorno decide di vendere tutto e quindi ha bisogno di qualcuno che nessuno ha mai visto e che reciti il ruolo del megadirettore galattico. Assume quindi un attore, gli fa il contratto, gli scrive una parte e lo butta in ufficio. L’attore è un po’ un woody allen danese (più danese che woody allen) e non sa nulla del suo ruolo: non sa che in dieci anni il capo ha fatto licenziare il marito di una dipendente che poi s’è suicidato, non sa di aver mandato proposte di matrimonio alla segretaria, non sa che il fondatore- quello vero – ha dato il via all’azienda dopo aver chiesto i soldi ai suoi collaboratori che però ora, legalmente, non hanno nessun diritto.

Naturalmente si creano situazioni surreali, fraintendimenti, si fanno riunioni con l’attore-grande capo che parla di informatica pur non avendo mai nemmeno sentito parlare di computer e via dicendo.

Il film è esplicitamente presentato come una commedia: l’attore fa spesso monologhi sul senso della commedia e della recitazione (anche se, ovviamente, monologhi cretini) e il regista presenta il film, all’inizio, lo interrompe nel mezzo e lo chiude alla fine.

Non so come riuscire a trasmettere l’atmosfera di una commedia di Lars von Trier, una commedia fredda, una commedia danese, appunto.
Dire commedia danese è come dire, che ne so, la buona cucina inglese o la musicalità della lingua tedesca, forse. Invece, alla fine, si ride. Io ho dovuto un po’ ingranare, per iniziare a ridere, però poi mi sono divertita.
Di Lars von Trier non ricordo i film che ho visto, ma nella maggior parte dei casi non mi piacciono tanto da strapparmi i capelli.

A questo diamo due stellette e mezzo, anche perché è molto originale, va detto.

 

Ora, mi rendo conto che forse questa recinzione vince l’oscar della recinzione più tirata via che uomo abbia mai potuto concepire, ma stavo già iniziando a dimenticare la mia opinione su questo film e dovevo scriverla subito subito sbrigati sbrigati.

Io dimentico le mie opinioni, a volte.

 

  A sinistra Lars von Trier, e basta.


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Gnegnet ha perso tempo alle 22:18 di domenica, 25 novembre 2007

Care mezze calzette,

non esagero se dico che oggi sono di una stanchezza allarmante. Ho tutta la stanchezza incastrata tra le giunture, la testa pesante, i pensieri lenti, l’occhio floscio e la mia velocità di pensiero supera di poco quella di un criceto. Ma no, non potevo non condividere con voi la recinzione di Omen: il presagio, film visto ieri sera e scelto tra una lista redatta con meticolosità certosina dal nostro amico ordinato che cataloga sempre i film che ha nei dvd, cosa che ricordiamo tutti faceva anche Hannibal Lecter in giovine età.

Tra tutti i film scegliamo Omen, ma qui a nostra discolpa dico che avevamo bevuto molto molto molto molto vino.

Omen è il remake paroparo dell’omonimo film del 1976 con Gregory Peck, e parla di un problema che tutti noi sentiamo vicino e che viene prima di bollette, mutui, salute dei figli e ricerca di un lavoro: la nascita dell’anticristo. Uno non ci pensa mai, a questa cosa, e non capisco proprio perché.

 

L’ambasciatore americano a Roma, interpretato da un giovine attore soprannominato affettuosamente da me e dalla madre Il Tronco, vive nell’urbe con la giovine moglie bionda vestita di abiti color pastello. Lei rimane incinta e partorisce nell’ospedale dei cappuccini, un luogo angosciante pieno di crocifissi e stanze grandi e tetre che secondo me potrebbe esistere veramente negli scantinati di s.pietro. Ma il parto si complica, e un sacerdote anch’egli uscito da un incubo di dylandogghiano comunica al nostro che il bambino è morto e la moglie è salva per miracolo divino, ma loro pensa che culo hanno per le mani un altro bambino nato quella stessa notte da madre subito deceduta che sarebbe disponibile per uno scambio. Eh, dice l’ambasciatore, che me frega tanto so’ tutti uguali sai che c’è io me lo pijo, e non lo dico a mia moglie tanto per lei sarà lo stesso perché mai dovrebbe accorgersene.

Passano due anni e i due insieme a Demian – il piccolo angioletto – si sono trasferiti a Londra. Vivono in una casa di cui nessuno saprà mai la metratura con precisione, ma dal giorno del secondo compleanno del bambino iniziano ad accadere strane e tragiche cose. Durante i festeggiamenti, una bambinaia si suicida gettandosi dal tetto della villa con al collo una corda a mo’ di impiccamento spettacolare. Poi Demian va allo zoo, e le scimmie si incazzano e spaccano i vetri e tutti gli animali si turbano. Poi viene presa una nuova tata un po’ stranuccia, Mia Farrow versione strega inglese, che fa il comodo suo con l’educazione del bambino e gli procura anche un cane nero chiaramente amico intimo di belzebù che dorme sempre ai piedi del piccoletto. In tutto ciò, mentre il padre fa pranzi e cene e ambascia di qua e di là, la madre inizia ad avere qualche sospettuccio. Perché demian non smocciola mai? Perché non ha mai le orecchie sporche? Perché non frigna e non guarda galaxy alla tv? Voi vedè che è mezzo imparentato col diavolo? In effetti, questo ragazzino è un po’ glaciale e guarda tutti con questi occhi azzurro-lente colorata e questi capelli neri corvini tinti palesemente, e sopra al lettuccio ha un disegno di tre navi crociate (?) e di un mostro nero gigante (!). Qualsiasi psicologa osservando i disegni avrebbe capito tutto, ma loro no, niente. Poi, la madre inizia a fare incubi inquietanti, e scopre di essere incinta. Parallelamente, un sacerdote pazzo che ha scoperto tutto inizia a inseguire l’ambasciatore per annunciargli chi cazzo si è messo in casa. Ma non lo fa chiedendogli un appuntamento e preparandosi un discorso comprensibile e ragionato. No. Lo ferma negli ascensori e gli urla frasi come Quando tutti i giudei torneranno a Sion un bambino uscirà dalle acque e le terre getteranno fuoco su di noi e sua madre era una sciacalla e io e te moriremo e anche tua moglie non sta tanto bene.

Ma che cazzo, quanto sei cretino da uno a dieci? L’ambasciatore naturalmente si irrita e lo fa cacciare dai buttafuori, e il prete pazzo ci riprova e lo rincontra e gli dice di nuovo La montagna della morte verde smeraldo e i giudei e Gerusalemme e maria maddalena i tre porcellini Cristoforo colombo ponte ponente ponteppì. Questa volta Tronco si spaventa un pochetto, anche perché una serie di eventi catastrofici iniziano ad avverarsi: moglie viene gettata dalle scale dal piccolo demian, e poco dopo uccisa in ospedale dalla governante (che sì, era un’adepta di satana). Il padre capisce che il bambino porta zella e insieme ad un fotografo che aveva collegato la nascita del bambino a vari altri funesti eventi di cui la bibbia straparla nel divertentissimo capitolo dell'Apocalisse decidono di uccidere il bambino. Vanno a Subiaco, dove sta il prete che la notte della nascita aveva scambiato i bambini. Il prete gli dice La madre di demian era una specie di sciacalla-cagna ed è morta e sepolta a Cerveteri. Allora i due vanno al cimitero e scoperchiano la tomba e vedono lo scheletro di una bestia orrenda e capiscono che altro che cazzi, mio figlio è proprio un portatore sano di 666!

                                          Vabbè.

Cazzi e mazzi alla fine l’ambasciatore scopre che deve ammazzare il bambino in una chiesa con sette pugnali disposti in modo da formare una croce e poi spargere il sangue sull’altare. Una cosa facile facile.

Volete sapere se ce la fa ad eliminare il regazzino? Eh? No perché mi rendo conto che potrebbe essere un duro colpo per tutti voi sapere ora, adesso, di domenica sera, che l’anticristo non è stato ucciso e lotta e combatte insieme a noi.

Ora.

Va detto che il regista ci diletta con scene come quella dell’ambasciatore che ritorna a Roma per indagare nell’ospedale e chiede informazioni ad un tassista romano che gli risponde in romanaccio stretto una cosa come Eh andiedi ieri dalla sora giovanna a comprà le puntarelle e me pare che nun ce stavano, per rendere ben chiaro al pubblico che a Roma tutti parlano così. Roma è descritta tipo il cairo ma con la presenza imponente e lugubre del vaticano con le suore che vendono i ciondoli in mezzo alle strade e operai che trivellano i tombini a torso nudo. Che, in effetti, a parte la rappresentazione estremamente ingenua, è così, porcavacca.

Per il resto, il film è una copia piatta dell’Omen originale che io ho visto anni fa e che mi pare avesse qualche punto in più rispetto a questa cosa qui. La favola dell’anticristo, come d'altronde quella della trinità, di dio e degli angeli e dei santi, affascina molte persone e per questo credo che sempre ci faranno film e ne racconteranno la storia.  Non ho altro da dire, a livello cinematografico il film non vale una sega e soprattutto non ho mai capito perché rifare un remake uguale all’originale: se è un omaggio ti è venuto male, mi spiace.

Poi, spezzo una lancia in favore di questo povero rigazzino che solo perché è il figlio di satana viene trattato male e tutti lo scherzano e vanno appresso a gesù che era buono e bello e gnegnegnè, e secondo me non è pedagogicamente corretta questa discriminazione tra bambini.

 

Voto: uno e mezzo.

 

Una cosa che so vi prenderà moltissimo: pare che forse il numero della bestia non sia 666 ma 616 (qui per vuole approfondire)(eh, certo).

Ah, poi in questi giorni ho dedicato un po’ del mio tempo prezioso alle letture di blog di cattolici ortodossi (non metto i link che poi lo so che andate lì a lasciare le bestemmie, che non c’è bisogno già l’ho fatto io) e ho notato che nelle categorie dei post questi blog hanno cose come Diavolo, Satana, Demonio. Ecco, io mi chiedo come possa andare a dormire tranquilla una persona che crede nell’esistenza di satana.

Mi rivolgo a te, credente nell'esistenza della capra cornuta, scrivimi che devo chiederti due tre cose.

(tipo, si può dire porcodemonioassassino o viene considerata frase immonda?)

 

Vado va che Tua madre morirà tra atroci sofferenze andiamo tutti a Sion Sodoma e Gomorra l’angelo caduto le fiamme dell’inferno e tutti i re si radunarono e sconfissero la bestia e trullallero trullallà.

 

In alto, un elegantissimo anticristo siede alla destra del padre.


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Gnegnet ha perso tempo alle 20:19 di domenica, 18 novembre 2007

Cari cotechini ripieni di strutto, care lasagne al pesto e pancetta rosolata nel burro di alce,
sono due giorni che mangio ininterrottamente e ne vado molto fiera. Tutte robe assolutamente dietetiche, come il risotto alla colombiana cotto nel latte di cocco caramellato e le pappardelle al sugo di cinghiale, un fagotto di cioccolato ripieno di cioccolato con gocce di cioccolato, il maialino con patate, i peperoni e la cicoria, i cannoli siciliani,le tapas, tua nonna marinata e mio nipote glassato.
Comunque. Ieri dopo le pappardelle sono planata sul letto, e tra rutti e lamenti ho finalmente visto Le vite degli altri. Che infatti ora quando penso a questo film rutto automaticamente, davvero.
Questo film non tratta di un argomento leggero o divertente o modaiolo o di quegli argomenti che poi tu il giorno dopo ne parli in ufficio e tutti te ne sono grati, no, perché parla della stasi (Ministerium für Staatssicherheit, Ministero per la Sicurezza di Stato) e della ddr (Deutsche Demokratische Republik) e trasuda di conseguenza squallore da tutti i pori della pellicola. Chi è stato a Berlino exest capisce cosa intendo. Casermoni, tutto grigiuo, piazze grandi, uomini grigiui con cappotti beige e ombrelli neri, e mai nessuno che rida o faccia una battuta o citofoni a un campanello per poi scappare. Questo oggi, quindi tu pensa nel 1985.
Il film è la storia di un impiegato della stasi che viene messo a spiare giorno e notte uno scrittore sospetto. Lo scrittore sospetto, che chiameremo con un tipico nome tedesco, Ciccio, inizialmente non pare fare nulla di sospetto. Ma poi muore il suo amico compagno Osvaldo, regista censurato dal regime e ormai in declino, e allora si sveglia e decide di scrivere un articolo-denuncia  e di inviarlo allo Spiegel, nella germania ovest. La trama è complessa, io ve la faccio breve eh. Quando lo spione si rende conto che sta uscendo fuori roba scottante e che dovrebbe subito fare rapporto al capo-stasi e a Lenin, inizia però a coprirlo e redigere rapporti fasulli. Perchè? Perché spione, la cui vita è la vita degli altri, degli spiati, in parte si rende conto della follia di questo sistema di spie e spiati, anch’esso macchiato di favoritismi e marchette da ministri che vogliono il potere e col socialismo hanno forse poco a che fare, e in parte si è affezionato e identificato con la vita di Ciccio. Come finisce il film?

Un po’ male, un po’ bene (?), un po’ veramente non sono in grado di riassumere tutto a causa delle pappardelle che mi premono sul cervelletto e quindi vedetelo, è molto bello. In realtà non volevo fare una recinzione seria (uh, strano) perché avevo più voglia di scrivere di qualche film orrendo, che è più divertente e viene meglio, ma ultimamente non ne ho visti. Ho visto il trailer del film con Boldi, e quello di dario argento, ma con tutta la buona volontà mica posso vederli, che cazzo.
Naturalmente quando finisci di vedere Le vite degli altri, ti assale come un leggero panico da cimice nascosta sotto il letto. Qualcuno mi sta ascoltando? Che verbali redigerebbe sulla mia vita? Devo sparlare di Mariuccia, che faccio metto la musica a palla e bisbiglio? Ho ancora un po’ quest’ansia, oggi, infatti giro da tre ore per casa con una lavagnetta e comunico con gli altri così, perché che ne sai, vatti a fidare.

 

Ah. Voto: tre stellette. Clap clap, è anche regista giovine e esordiente, altro che pupi avati e soldini e basta co’ ‘ste stronzate.

 

Ciao, dopo la recinzione più sconclusionata sulla faccia di Insanoloco vado a mangiare il pezzo di torta alle mele rubato dal casa di teschio, che è quella che mi ha cucinato il risotto colombiano e che tempo fa era caduta nell’orchestra del teatro mentre ballava. (ciao Teschia mia!).

 

 

 

Ore 15.20: il soggetto ha appena finito di pranzare ma reclama ancora risotto

 

Ore 16.00: il soggetto parla al telefono di cose noiose e si burla del Partito del popolo libero, nuovo parto del cervello in putrefazione del cavalier banana

 

Ore 17.00: il soggetto si lamenta perché ha mal di pancia

 

Ore 17.13: il soggetto mangia una barretta di cioccolata

 

Ore 18.00: il soggetto dice frasi come Parla piano che ieri ho visto Le vite degli altri

 

Ore 19.00: musica a tutto volume, non capisco nulla. Fine del verbale.

 

Tiè.

 

 

In alto, spione spia e conseguentemente non è figlio di Maria.


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Gnegnet ha perso tempo alle 23:17 di lunedì, 12 novembre 2007

Oggi non ho voglia per nulla di trattarvi come meritate, coi guanti e con i cucchiaini di miele. Oggi saturno è entrato in venere e gli ha fatto il culo a tarallo e a me non resta che scrivere un’altra recinzione mentre aspetto che esca un altro caffè, mentre parlo con te, mentre ragiono su di me, mentre mia madre si fa il bidet, e merda a palate su di me.
Cosa volevo recensire? Volevo recensire Cuore selvaggio. Posso? Sì? Mi date l’ok? Allora vado.
Lynch, si sa, ha un pusher prezioso e noi tutti glielo invidiamo. Questo film, incredibbolmente, ha una trama e – mi pare – nessun nano che balla sui tavoli mentre recita un antico canto russo.
Lula ha una madre cattiva, con le unghie lunghe laccate di arancione e parrucche bionde e vestiti rosa. Lei ha 20anni e ama Sailor, un giovine con la giacca di serpente che una sera ammazza a mani nude un tipo che lo minacciava. Sailor si fa tot anni di galera, esce e rincontra Lula. I due fuggono nel profondo sud, in macchina. Ma la madre è contraria, e assolda i due suoi amanti per rincorrerli in Texas dove i due sono fuggiti. Uno dei due amanti, Marcelo Santos, era stato complice dell’arcigna genitrice nell’assassinio di suo marito, il padre di Lula. E per Marcelo faceva da autista, anni prima, proprio Sailor.
Tante peripezie i due dovranno affrontare nel nome dell’ammore, compreso l’incontro con Bobbi Perù, un Willem Dafoe coi denti marci e la testa bacata. Lula intanto rimane incinta. Perù coinvolge Sailor in una finta rapina inscenata per farlo fuori, su ordine della madre cattiva; Sailor non muore ma viene rimesso dentro e quando uscirà si ritroverà una Lula che ancora l’attende e un piccolo bambino che lo chiama papà.
Ecco, questa è la trama. Detta così, sì, fa schifo. Ma Lynch costruisce su questa storia d’amore – tratta dal libro omonimo di Barry Gifford, Wild at Heart – una parodia della lotta tra il bene e il male e una favola d’amore grottesca. Tutto il film è pieno di  citazioni della fiabaccia americana de Il mago di Oz. La madre di Lula – Diane Ladd, che è veramente la madre di Laura Dern nella realtà – è la strega cattiva: ogni tanto la figlia la vede volare sulla scopa, mentre scappano in auto, e la vecchia indossa anche scarpe nere a punta. Nelle ultime scene, Sailor, uscito dal gabbio, non sa se rimanere con Lula o no, ma la fatina buona – la Laura Palmer di Twin Peaks -  lo intima a non abbandonare un’occasione per amare.

Il film non fa parte di un genere preciso: c’è la storia d’amore tra questi due mezzi stupidi, c’è qualche personaggio spaventoso, ci sono le strade senza fine dell’America profonda, c’è la periferia, ci sono scene di sesso e di amore, ci sono frasi volutamente comiche, ma pronunciate con profonda serietà, come È un mondo senza pietà che ha dentro di sé un cuore selvaggio, le canzoni di Elvis cantate da Cage che è matto come un cavallo.
A tratti pare che la storia scivoli su binari consueti e prevedibili, poi però Lynch ingolla un altro pasticcone e via con le scene visionarie e strambe.

 

Ora. A me il film è piaciuto molto. C’è chi mi ha detto è il film più noioso che io abbia mai visto, cosa c’è che ti è piaciuto? In realtà, credo che di Lynch mi piaccia l’imprevedibilità e l’uso di un linguaggio originale, i momenti in cui evidentemente prende per il culo lo spettatore, e il fatto che riesca sempre a stupire. Al festival di Cannes Bertolucci mosse mari e monti per premiarlo, e ci riuscì.
Nell’ultima scena, Sailor e Lula si baciano in piedi sulla loro macchina, e lui le intona Love me tender, la canzone che avrebbe cantato solo a sua moglie. Scena ridicola e molto fica.

Un'ultima cosa: il film è del 1990, e secondo me Tarantino ne rimase mooolto mooolto impressionato (a buon intenditor)

 
Voto: tre stellette meno meno (a volte il grottesco è un pochetto troppo grottesco, ecco, ma solo una nticchia)

 

Compiti per casa: cercate di capire come una cosa possa essere bella e ridicola nello stesso tempo, e scrivetemi mezza paginetta. Vanno bene anche i pensierini.

Adesso vado a togliermi questa merda di dosso.

Con permesso.


 

  A sinistra Lynch fuma una sigaretta sicuramente di droga.


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