Dal punto di vista lavorativo, nel mondo dell’editoria accade né più né meno che quello che succede nel mondo lavorativo italiano generale.
Se cerchi di entrare per lavorare come ufficio stampa, redattore o simili il modo c’è. Inizi la lunga, estenuante e ridicola trafila degli stage. Cos’è lo stage? Lo stage è il cetriolo pronto per te, che t’aspetta e non vede l’ora di incontrarti. È la presa per il culo del nuovo millennio. Con il culo parato dalle leggi del lavoro che lo consentono, il non-datore di lavoro – la piccola/media casa editrice – si adegua (e che deve fare, poverina?). Nei tre, quattro mesi in cui ti offre la possibilità di imparare il mestiere, ti spreme e poi, nella maggior parte dei casi, ti saluta con un calcio in culo.
Ci sono moltissime magagne alla base di questo sistema, e molte cause alla sua origine. Primo: ripeto, le leggi lo consentono. Dopo tre stage dovrebbe essere vietato per legge fare anche il quarto, e dovrebbe essere vietata per legge la possibilità per il non-datore di lavoro di servirsi di stagisti per coprire un buco che ha nell'organizzazione della sua azienda.
Dopo due tornate di stagisti, caro, devi assumere qualcuno. Perché evidentemente hai bisogno di qualcuno. E allora devi pagarlo.
Alla fine dell’esperienza, è raro che ti chiedano di restare. Perché non gli conviene: col tuo stipendio il grandecapo ci paga altri tre stagisti per altri tre mesi, e poi ricomincia. Avete idea di quanto risparmi?
Poi ogni tanto, cazzo, si rendono conto che sta andando tutto allo sfascio e allora magari dopo notti insonni e riunioni turbolente decidono di assumere qualcuno (contratto a progetto). Questa degli stagisti è una delle realtà più diffuse e tristi del panorama editoriale italiano. C’è anche in altri paesi, ma in Italia, come molte altre cose, si è incancrenita, è muffita, è diventata una barzelletta, è ormai una cosa normale che tutti fanno, è la regola, un lasciapassare per il lasciapassare per fare un altro stage che poi te ne fa fare un altro. E poi puoi fare un altro stage. Se vuoi eh.
Il contratto a progetto è visto come la meta irraggiungibile, l’eden, il non plus ultra.
Forse mi fanno un contratto a progetto di 5 mesi!
Ma davvero? Ma è bellissimo! Dio come sono felice per te.
Per non parlare della sensazione di perenne angoscia e frustrazione che hai quando all’ennesimo stage stai lì ch aspetti il verdetto. Una generazione di angosciati stressati arrabbiati, di ingiustizie e sfruttamento e di miodio che bello lavoro e mi pagano.
Poi ecco, c’è questa buffa credenza che lavorare nel mondo dell’editoria faccia fico, che sia un privilegio. A me piace assai, altrimenti avevo già lasciato perdere.
Ma quest’aria che spesso gli editori hanno, è bellissimo lavorare nel settore della cultura, ti stiamo facendo un favore, non è meraviglioso immolarsi per la causa? Iuppi! E ora calati le braghe è la cosa che più mi fa imbestialire.
A un mio amico hanno proposto di lavorare full time più due sabati al mese a 400 euro mensili.
Ahahahahaah.
Dico, una sola domanda: perché dovrei? Nel senso, come fai a non vergognarti come un cane mentre mi proponi questa sen-sa-zio-na-le offerta? Non ti viene da ridere? Prima o poi qualcuno dovrà pur mollarti un pugno in faccia.
Lo dico perché l'andazzo generale, anche il mio andazzo gnegnettesco, è quello di dire Minchia fulltime 400 euro al mese, sono una privilegiata.
Il problema è proprio scardinare questo concetto errato di privilegio che abbiamo.
Io provo a dare, timidamente, qualche consiglio, sia ai i grandicapi che ai bersagli dei cetrioli: non è, dico non è, obbligatorio aprire una casa editrice. È invece obbligatorio non schiavizzare la gente. Se tu hai bisogno di me, di una figura professionale, o quel che sono, mi paghi.
Cioè, dico, mi paghi: nient’altro. La tua donna delle pulizie, il tuo macellaio, il venditore di cellulari, li paghi, quando ottieni servizi da loro? Sì? Esatto! Lo sai che è la stessa cosa? Mi paghi.
Se vuoi assumere qualcuno, e prima vuoi fare una prova per vedere come lavora, io ci sto. Lo faccio, lo sto facendo, lo farò di nuovo, probabilmente – ci sto, io. Però, capitemi, quando vedo che la maggior parte delle case editrici campa sugli stage, che ha redazioni interamente formate da persone che rimangono due, tre mesi, ecco, il dubbio mi viene. Mi viene il dubbio che forse abbiamo un po’ esagerato.
Tutto questo poi ha portato a un abbassamento della qualità del prodotto dell’editoria libraria.
(Perché un libro viene fatto da gente che è lì da una settimana, e che dopo una settimana se ne andrà; perché i redattori spesso fanno anche gli impaginatori e i pulisci cessi e i segretari; perché le traduzioni vengono date a gente che non sa nemmeno l’italiano, e poi riviste dal redattore che sta lì da una settimana e poi dopo una settimana se ne va; perché del libro in sé non frega un cazzo a nessuno).
Tutto questo è moralmente riprovevole.
avvertenze: queste sono cose che si sanno, ma la mia politica è ripeterle fino allo sfinimento.



Stai sempre a cianciare
!?!
Stavi sempre a cianciare
Linc