A grande richiesta (mia) tornano le recinzioni dei filmi.
Ieri, mentre cercavo ancora di digerire i
La moglie del soldato è un film di quelli che poi uno, dopo che lo ha visto, rimane un po’ attonito e pensa: forse è la solita storia d’amore, forse Gnegnet consiglia solo merda e dovrebbe andare a lavorare invece di scrivere su un blog e mangiarsi le unghie e ingrassare ogni giorno di più come una vacca svizzera (ah, no, questo lo penso io, scusate). Praticamente, cioè, tipo, allora: ci sono questi terroristi irlandesi che, mossi dall’ IRA, decidono di rapire un soldato inglese negro (non si dice negro, comunque) e di chiedere uno scambio. Il film inizia con la terrorista che si finge mignottone per accalappiare la preda in un luna park: atmosfera squallida, tutto va come deve andare e il soldatino ci casca. Isso è portato in un posto segreto, e tenuto lì legato e incappucciato e controllato a turno dai duri e puri irlandesi. Ma tra gli irlandesi c’è chiomaselvaggia (Fergus), un uomo che, avendo tali caratteristiche:
capello unto
bruttezza intrinseca
sguardo da babbeo
irlandesità
divenne, quando lo vidi for the first time, il mio uomo ideale. Babbeo, durante i giorni della prigionia, si mette a parlare con soldato. Un po’ gli fa pena; gli toglie il cappuccio per farlo respirare, lo sta a sentire, gli offre sigarette, gli regge il pisello mentre fa la pipì con le mani legate: i due diventano quasi amichetti. Soldato però a una certa capisce che sta per morire, e gli chiede un favore: occupati di lei, della mia amata, che vive a Merdatown e fa tipo la shampista.
Ad una certa arriva l’ordine di uccidere soldato. Babbeo si prende l’onere della cosa, e col groppo in gola lo porta in mezzo a un bosco. Siccome però è cuore d’oro (e anche babbeo,ça va sans dire) lo lascia scappare, se non fosse che negro corre male essendo anche grasso (tutte lui, eh) e non guarda quando attraversa per cui finisce malissimo sotto un camion.
Nel mentre, commandi speciali dell’esercito inglese irrompono nel covo. Fuggi fuggi generale, tutti si disperdono, una camboggia fratè.
Passa il tempo. Babbeo decide di andare a trovare la shampista (non stampista, word, shampista, cazzo!); e in effetti la trova. Shampista è molto bella, ha lunghi capelli ricci e una voce molto molto profonda, quasi da uomo. Lui se ne innamora e anche lui un po’ pensa sia l’uomo della sua vita.
Lui la approccia in un bar in cui lei canta una canzone che – ah- m’ha sempre spezzato il cuor e che anche io canto quando sono sotto la doccia e uso il doccetto grohe come microfono e mi sento molto yeah (non capisco quando una cosa posso dirla o sarebbe meglio tenerla per me).
Lei fa la dura – è una donna che viene dai sobborghi – e all’inizio lo respinge. Ma alla fine cede e lo invita a casa.
Vanno avanti un po’ così, la prima uscita, la seconda uscita, poi lui comincia ad andare a prenderla a lavoro, poi lei gli porta il gavettino sulle impalcature (perchè lui sta cercando di nascondersi e rifarsi una vita e si è messo a fare il muratore). Ora, a questo punto io non posso rivelare una cosa quindi copio e incollo da un sito internette che parlando di questa trama riesce a uscire dall’impasse in maniera diplomatica e signorile dicendo: qualcosa di inaspettato muta il suo atteggiamento (di babbeo, NdGnegnet) nei confronti della donna.
Intanto, i compagni IRAti di FergusBabbeo lo raggiungono per cooptarlo in un altro rapimento, ma la giovane shampista cantante impedirà lo sconsiderato gesto. Poi, tutta una serie di eventi tragici accadono. Non ve li dico, ma sono molto tragici (no, loro però non muoiono).
Il film finisce male, ma di quel male che non mi sento di definire male male. Un po’ come Mary Poppins, che uno dice: è finito male, lei se ne va, ma in realtà lascia una speranza. O come La meglio gioventù, che finisce un po’ così, un po’ con l’amaro in bocca. O come Blade Runner, che nessuno ha mai capito come finisce. Ecco, non come il Titanic, che invece finisce proprio male male senza ombra di dubbio e nemmeno come Cenerentola, che finisce proprio benissimo, se non ve ne foste accorti.
Notizia sparse: il film è del 1992, regia Neil Jordan, oscar nel 1992 per la migliore sceneggiatura originale. Babbeo è Stephen Rea e il titolo originale è The Crying Game, che è anche il titolo della canzone che canta lei e che piace a me.
La scena originale del film con la canzone bella ve l’ho messa qui, prendete e godetene tutti, magari cercate di non fissare troppo attentamente il vestito che lei indossa.
Ah! Dimenticavo di dirvi che ho ripreso a fumare dopo 24 ore (periodo di tempo del tutto rispettabile, comunque).

In alto, Babbeo si chiede pensieroso se sia proprio il caso di scopare la donna del soldato rapito e tragicamente morto per causa sua.
Ieri sera ero ferma al semaforo che era verde. Ero ferma perché davanti a me un pullman non riusciva a passare perchè c’erano sette otto macchine in doppia fila di gente che secondo me era andata da intimissimi a comprare la mutanda rossa per la fidanzata, per la notte di capodanno, o al supermercato a comprare il salmone tre per due per le tartine (tristezza mi assale). Poi sono riuscita a passare ma mentre cercavo di infilarmi a sinistra dove dovevo svoltare un’ambulanza si imbottiglia dietro di me a sirene spiegate, io salgo sul marciapiede per farla passare, non senza una certa ansia da prestazione da salita sul marciapiede, alzo gli occhi e vedo una parete tutta piena di ex voto alla madonna di nonsocchè: grazie per avermi fatto trovare lavoro, grazie perché mio figlio è caduto col motorello si è tolto il casco si è aperta la testa ma è ancora vivo, grazie perché mi vuoi bene (?). Io covavo odio e risentimento, è tutta colpa tua pensavo, questo traffico è colpa tua, sei tu che l’hai partorito ma sono io che mi devo sorbire la folla di gente impazzita sono io che devo per forza prendere la macchina che mia nonna la devo scorrazzare sono io che ci ho messo due ore da un capo all’altro della città e ad un certo punto, in preda ad una follia da guidatore annichilito, ho abbassato il finestrino e la mia misantropia ha detto la sua: dovete andare tutti a casaaaaaaaaaaa.
Dove cazzo andate sempre in giro, doveeeeeeeeeeeeeeeeeeeee
Alla radio passavano ginghel bels cantata da uno che poteva benissimo essere Drupi.

Iersera è accaduto. Quanta emozione, quante soddisfazioni.
Pans ha sbaragliato i concorrenti del torneo scacchistico delle pippe ed è arrivato al quarto posto aggiudicandosi nientepopòdimenoche una bottiglia di Pastis (che fa schifo ai cani, ma vabè).
Il torneo è stato sudatissimo.
Proprio quando tutto sembrava perduto, Pans è riuscito a rientrare nei primi quattro. Al quarto posto si è fermato, e lì è rimasto, ma – ci tengo a dirlo – solo ed unicamente perché il proprietario del locale ha tirato fuori una bottiglia di rum sapientemente invecchiato e l’ha offerto a tutti. Allora lì i freni inibitori hanno trasformato il Nostro in un simpaticissimo intrattenitore ma anche in uno scacchista un pochetto distratto.
Tensione, emozione, infine il meritato premio.
Dialogo tra Pans senza freni inibitori e un altro partecipante, tutto timidino, del torneo
Partecipante: eh, questa l’ho vinta, ma sento di averla rubata
Pans: perché?
P: perché stavo perdendo ma l’altro ha fatto un erroraccio
Pans (con tono di voce altissimo): ma che cazzo c’entra, allora se mi’ nonno c’aveva tre palle era un flipper, eh. (risatone)
P: …..
Ora, io però mi chiedo: Kasparov si sentirà minacciato dalla scalata del nostro piccolo eroe?
Ma certo che sì.

In alto, Pans ha visto una forchetta di cavallo a re e regina ma Kaspy proprio nun c'ariva eh.
Io ho un enotecaro di fiducia, molto simpatico. Quando vado da lui e gli dico: vorrei una bottiglia buona, fai tu, lui è tutto contento e mi chiede cose come Lo vuoi secco, amabile, dolce, che ci devi fare, senti questo che buono viene dalla Sardegna, ora lo annuso, annusalo anche tu. Fa tutte quelle mosse tipiche dei sommelier, me lo versa, io assaggio e dico: mmmmm, ma è una delizia.
L’enotecaro non sa, però, che il mio palato distingue solo la merda pura dal vino bevibile, e tutte le sue energie e i suoi sforzi mi fanno molta pena. Ieri sera si va da lui e si compera un vino bianco.
Enotecaro! – faccio- che sia buono, e che non superi i dieci euro. Devo vedere un film pasteggiando con una cosa decente.
Lui scruta le sue settemila bottiglie, e poi dopo una ventina di minuti fa, con tono misterioso: questo va bene. Ma dopo non so se ricorderai la trama del film: questo vino è infido.
In effetti non ricordo molto bene di cosa parlasse Il grande capo, di Lars von Trier (sì, mi rendo conto che le introduzioni alle mie recinzioni si fanno sempre più prolisse ed insopportabili). Il film è una commedia, stranamente. Non ci sono bambini down che rovesciano piatti né inquadrature di trenta minuti su uno scarpone rotto con sottotitoli in finlandese. Ci sono però, sempre al solito suo, battute sui danesi e prese per il culo degli islandesi. Cose che a me fanno ridere molto, non ho mai capito perché.
Il film è la storia di un’azienda di informatica danese i cui dipendenti, in dieci anni, non hanno mai incontrato il Capo. Per anni ne hanno sentito parlare, hanno ricevuto email da lui, direttive e licenziamenti, ma non l’hanno mai visto. In realtà il grandecapo non esiste. Il fondatore dell’azienda, al momento della fondazione, non volle sobbarcarsi degli oneri di un vero presidente e così decise di mostrarsi agli altri come un dipendente qualunque portando avanti però questa farsa del capo che viveva in america. Ma un giorno decide di vendere tutto e quindi ha bisogno di qualcuno che nessuno ha mai visto e che reciti il ruolo del megadirettore galattico. Assume quindi un attore, gli fa il contratto, gli scrive una parte e lo butta in ufficio. L’attore è un po’ un woody allen danese (più danese che woody allen) e non sa nulla del suo ruolo: non sa che in dieci anni il capo ha fatto licenziare il marito di una dipendente che poi s’è suicidato, non sa di aver mandato proposte di matrimonio alla segretaria, non sa che il fondatore- quello vero – ha dato il via all’azienda dopo aver chiesto i soldi ai suoi collaboratori che però ora, legalmente, non hanno nessun diritto.
Naturalmente si creano situazioni surreali, fraintendimenti, si fanno riunioni con l’attore-grande capo che parla di informatica pur non avendo mai nemmeno sentito parlare di computer e via dicendo.
Il film è esplicitamente presentato come una commedia: l’attore fa spesso monologhi sul senso della commedia e della recitazione (anche se, ovviamente, monologhi cretini) e il regista presenta il film, all’inizio, lo interrompe nel mezzo e lo chiude alla fine.
Non so come riuscire a trasmettere l’atmosfera di una commedia di Lars von Trier, una commedia fredda, una commedia danese, appunto.
Dire commedia danese è come dire, che ne so, la buona cucina inglese o la musicalità della lingua tedesca, forse. Invece, alla fine, si ride. Io ho dovuto un po’ ingranare, per iniziare a ridere, però poi mi sono divertita.
Di Lars von Trier non ricordo i film che ho visto, ma nella maggior parte dei casi non mi piacciono tanto da strapparmi i capelli.
A questo diamo due stellette e mezzo, anche perché è molto originale, va detto.
Ora, mi rendo conto che forse questa recinzione vince l’oscar della recinzione più tirata via che uomo abbia mai potuto concepire, ma stavo già iniziando a dimenticare la mia opinione su questo film e dovevo scriverla subito subito sbrigati sbrigati.
Io dimentico le mie opinioni, a volte.
A sinistra Lars von Trier, e basta.