Cari cornutazzi e dolci mentecatte,
l’altra sera qualcuno mi fa: oh, senti, c’è questo film che io ho già visto vorrei tanto che lo vedessi anche tu.
Io: vabbene, vediamolo, basta che non è pesante/tragico/hai capito senza che continuo.
No, macchè. È comico-grottesco, anzi.
Ma ne valeva la pena, nonostante poi durante tutto il tragitto verso casa io abbia guidato con la faccia china e con un senso di, ecco, come posso dire, vuoto cosmico e depressione?
Esatto.
Questo film parla della tristezza, della falsità, dell’ipocrisia, dell’emarginazione, della pedofilia, della solitudine, della mancanza di dialogo, delle famiglie finte. Certo, però, è vero, in chiave ironica. Tutto gira intorno a questa famiglia spaventosa, una vera famiglia addams dell’america contemporanea. Tre sorelle, di cui una (la mia preferita), scrittrice dalla voce roca e sensuale, sempre vestita di nero e leggermente ipocrita. Sorella due, madre moglie perfetta di un marito psicanalista e felicemente pedofilo. Figlio cicciotto undicenne di padre pedofilo affetto da monomania e timore per questioni riguardanti tutto quello che riguarda il sesso: lunghezza pene, eiaculazione, etc e che ancora non riesce a venire ed è molto preoccupato. Sorella tre, ragazza magrolina e spaurita, la buona della famiglia che, naturalmente, tende a soccombere in un mondo di arpie e malvagità. Poi ci sono i genitori, due tipi allucinanti sposati da 40 anni ma che forse non hanno mai parlato, e i personaggi di contorno, come il vicino di casa di sorellascrittrice che chiama donne sconosciute e ansima al telefono e la vicina di casa cicciona e sessuofoba. La descrizione delle frustrazioni, degli errori, dei desideri repressi, delle rabbie è fatta in modo cinico – che più cinico non si può. Sono tutti adulti, ma nessuno ha gli strumenti per affrontare le proprie vite, e crea dolori a catena in un turbinio di dolore e falsità.
Toni comici e grotteschi per raccontare storie raccapriccianti. Ma non perché il regista voglia prendere in giro i personaggi. Proprio attraverso questo distacco si capisce l’orrore, e quando finisce il film ti consoli pensando che in fondo in fondo la tua famiglia non è così male (cosa positiva) ma che, mi sa, le persone come quelle del film ce ne sono a miliardi (dura realtà).
Ora, io volevo dire delle cose.
Uno, che Todd Solondz è anche il regista di Fuga dalla scuola media, altro filmetto indipendente molto molto carino e molto molto terribile.
Due, che ho capito che non esiste sguardo più disincantato e sprezzante di un regista americano indipendente che racconta il suo paese.
Tre, che a me è bastato vedere solo un attimo la faccia di Solondz, per dare ragione a Lombroso e comprendere una frase che una volta Solondz stesso ha detto: “Senza imbarazzo, la gente afferma di avere avuto un'infanzia felice, mentre la loro è stata sicuramente un'infanzia infelice”.
Il film ha avuto problemi di distribuzione negli USA, ed è stato respinto anche dal Sundance Film Festival dal quale spesso escono molte cose apprezzabili.
Il fatto è che forse, ho pensato, è sempre un po’ difficile parlare liberamente di corda in casa dell’impiccato.
Voto: due e mezzo
A sinistra, Solondz posa per il paginone centrale di PlaygirlSuccose coscette di pollo,
è giunta l’ora di scrivere una nuova recinzione che qui poi mi va tutto in vacca e mi dimentico del blogghe. Per allietare una serata iniziata con un piatto di minestrina con il dado, mi sono vista Old Boy, che non avevo mai visto e tutti a menarmela che era bellissimo allora che cazzo voglio vederlo anche io. Ora, un avvertimento serio: per parlare di questo film rivelerò in parte la trama, quindi siccome secondo me vale la pena di vederlo se qualcuno non l’ha ancora fatto io glielo dico prima, poi non si lamenti (che io lo so cosa significa, visto che mi rivelarono dopo i primi 5 minuti la dura verità sul Sesto Senso, maledetti loro)(Bruce era morto, no)(ah scusa non lo avevi visto, scusa).
Siamo in Corea negli anni ’80 (allegria!). Dae-su, per gli amici CapelloMan è un uomo qualunque, abbastanza insignificante. Ha una moglie e una figlietta e all’improvviso viene rapito da non si sa chi e rinchiuso in una stanza. Una stanza anni ’60, anche. Lui non sa perché è lì, e, capite, inizia a preoccuparsi. Passa il tempo. Passano due mesi. Passa un anno. Ogni tanto un uomo senza volto va a trovarlo; CapelloMan viene spesso drogato, e lentamente impazzisce. Guarda tutto il tempo la televisione, gli crescono i capelli lunghissimi, si fa le pippe guardando una specie di sanremo coreano (cioè, lo chiedo a chi l’ha visto, in quella scena si fa una pippa no?). Capite, quindi, che non è che abbia proprio una vita meravigliosa. Ma soprattutto la cosa terribile è che lui non ha la minima idea del perché sia lì, e di quanto tempo debba rimanerci. Dopo 15 anni viene rilasciato, trasportato in un baule e abbandonato sul tetto del palazzo di fronte a quello che per 15 anni lo aveva gentilmente ospitato. Capelloman decide di scoprire chi cazzo lo ha rapito e soprattutto perché minchia. Incontra una ragazza carina e un po’ cretina che lavora in un sushi bar, e si innamora di lei, e insieme cercano di trovare il pazzo rapitore. Il rapitore incontra Capello man e gli dà 5 giorni di tempo per scoprire il motivo del suo rapimento. Se ci riuscirà, il rapitore gli giura sulla tomba di artura che si ucciderà da solo.
Man mano, tutti i pezzi della storia vengono a galla. Capello Man indaga e indaga, e mentre indaga però è continuamente spiato tramite una cimice da rapitore pazzo, che continua con le sue geniali e malvagissime angherie. Capello scopre che il motivo di tanto odio nei suoi confronti risale agli anni della scuola, e ad un segreto che lui aveva scoperto e rivelato in giro perché munito di bocca a ciavatta (ma il segreto non ve lo dico, dai). Era una cosa così, del passato, legata a cose un po' (molto) zozze del rapitore pazzo, ma Capellomam quando mai se la ricordava. Invece al rapitore aveva cambiato la vita, uhm.
Una volta scoperto il segreto, per Capello le cose non sono finite – ah no, ma che, pensi i coreani pettinano le bambole? La vendetta del pazzo rapitore infatti va oltre il rapimento, e il rilascio del povero Capello e il suo innamoramento della barista cretina rientrano nei piani del vindice pazzo. Chi è la barista cretina? Cosa significa innamorarsi? Cosa significa ricordare? Capello Man – riporto da frase del regista – è il nuovo Edipo? Perché sto parlando così?
Allora, niente, non ce la faccio, non riesco a rivelare tutto. Questo film è bello, per vari motivi. Non è il classico film orientale rottura di palle, la trama si srotola incalzante e tu spettatore sei un povero coglione impietrito che cerca di capire. Ma quello che ti inchioda lì non è solo la curiosità di sapere perché. I due protagonisti – Capello Man e Rapitore pazzo – sono entrambi disperati, ed entrambi cercano la vendetta, per motivi diversi. Ed è chiaro che il regista vuole farti capire che la vendetta è una cosa irrazionale che non porta a niente ma che spinge ad agire e ti rende disperato e pieno di energie, anche. Ci sono molti colpi di scena, e un sacco di trovate spiazzanti (formica gigante nella metro, simbolo della solitudine; pesci mangiati vivi; gente che si suicida con cagnolino bianco tra le braccia). Il film è folle, ma secondo me non è forzato. O forse è forzato, ma mica sempre è un brutto aggettivo, secondo me.
Mi è uscita una recinzione più seria delle altre per via della minestrina col dado. Mi scuso.
Voto: tre stellette (ci sto pensando)
Ps: la scena di lui col martello giallo in mano è stata gentilmente citata in una foto dal pazzo assassino dell’università della Virginia, tempo fa. Il film è tratto da un manga giapponese ed è stato premiato col Gran premio della Giuria a Cannes nel 2004. Tarantino, che era nella giuria, ha detto che questo film lo avrebbe voluto fare lui e per ripicca ha deciso di girare, da Kill Bill in poi, solo immani cacate.

In alto, una scena rassicurante e gioiosa del film.

Per combattere l’orda di film dell’orrore di ultima generazione (ma anche: per perdere tempo al fine nobile di non studiare) mi sono rivista La notte dei morti viventi.
Qui Romero inizia con una coppia di fratelli imbecilli che ha appena macinato tre ore di macchina per andare a cambiare i fiori sulla tomba del padre. Nel cimitero i due incontrano uno zombO, il classico zombo con la faccia stralunata, il passo lento e incerto e le bracca in avanti. Il fratello ci rimane secco, la sorella scappa e scappa e perde le scarpe e urla e inciampa e si scortica le gambe e alla fine si rifugia – chi l’avrebbe mai detto, ma che veramente, mai lo avrei pensato – in una fattoria disabitata. Ora, perché girano per strada morti resuscitati, non si capisce fino a metà film, quando il notiziario annuncia alla nazione che la causa di questo scompiglio è l'emissione di radiazioni extraterrestri da una sonda spaziale lanciata su venere e tornata da poco. (dovete annuire, a questo punto).
Dicevamo, la ragazzetta si rifugia in questa fattoria, è terrorizzata e se la sta facendo sotto e inciampa anche in un cadavere sbranato. No, ma bello.
(Ah, scusate, volevo dirvi che alcuni pezzi consistenti del film non li ho visti con attenzione perché stavo cucinando il risotto ai funghi che mi si è anche attaccato un po’, ma non credo di aver saltato spezzoni fondamentali in cui si spiegava il senso della vita quindi bon sticazzi.)
Dopo un po’ che la ragazza si aggira sperduta e impaurita, fa capolino altro avventore sfortunato, una specie di Sidney Poitier ma più segaligno. Il tipo, animato da ottimismo ingiustificato, si dà subito da fare: inchioda assi alle finestre, aggiusta radio, sradica tronchi e trova paia di scarpe nuove da regalare alla scalza compagna di ventura, che ricambia cotanto coraggio con proposte folli come usciamo nella notte superiamo il branco di zombi e andiamo a recuperare mio fratello che è rimasto nel cimitero (sì, certo, come no). Sidney a questa proposta risponde tirandole un cazzotto per farla tacere (giuro).
Poi dalla cantina escono altri 5 avventori anch'essi in mood paranoia paranoia, tra i quali si distingue l’uomo più lamentoso e antipatico del mondo. Non ce la faremo mai, conviene chiuderci in cantina almeno lì è sicuro, moriremo tutti ah io me lo sento. Tra tutti i personaggi del film lui è quello più odioso, anche perché cacasotto e vigliaccone, ma parliamoci chiaro: ma perché, io come me mi comporterei se fossi chiusa in una casa abbandonata e circondata da 35 zombie? Appunto. Ci ho pensato a lungo, mentre vedevo il film, a quello che farei. Ho pensato che forse anche io proverei a far partire la macchina, costruirei delle molotov per allontanare dalla porta di casa lo zombo, correrei sette chilometri seguita da sette zombi grandi e grossi, in mezzo al bosco. Questo, oppure, molto più probabilmente, chiederei in prestito una cinta e mi impiccherei alla prima trave disponibile.
Gli zombi intanto stanno lì, interpretati da questi attori truccati anche poco, e camminano piano, si avvicinano alla casa e aumentano aumentano sempre più. Non so spiegarlo, ma a me hanno fatto anche un po' pena, con quel loro fare impacciato e quella fame atavica.
Alla fine, manco a dillo, tutti i personaggi muoiono tranne segaligno che passa la notte bianca più bella della sua vita, che Uolter ancora rosica, rinchiuso al buio nella cantina della casa con tutti i corpi martoriati dei suoi compagni e 756 zombi che cercando di sfondare la porta. All’alba, una squadra di soccorso arriva nei paraggi, lui sente i cani, speranzoso esce e viene impallinato in mezzo alla fronte perché scambiato per uno zombo. Eh, se uno è fortunato è fortunato.
Il Mereghetti ed. 2004 ci dice che il film (1968, b/n, 96´) è stato girato da Romero insieme ad altri cineasti di Pittsburgh durante pochi weekend, e che il budget era molto basso (10.000 soldi americani).
Con questo film è stata inaugurata l’infinita saga dei morti camminanti, proseguita dallo stesso Romero e ripresa anche da tanti altri registi, ma mai nessun altro è riuscito ad eguagliare le atmosfere allucinate e il mix di sarcasmo e tensione di questo film e blablablablablabla.
Io sono d’accordo con questa recinzione più seria, e aggiungo che a me i film dell’orrore mi fanno schifo, ma questo non ha meritato il mio disprezzo. Nella maggior parte dei casi i film horror sono ridicoli e basta, a volte riescono ad essere ridicoli ma interessanti, o almeno originali. A parte le pietre miliari (L’inquilino del terzo piano, Rosemary’s baby, L’esorcista, qualcuno di Dario Argento, etc) il resto sono solo bambine che escono dai pozzo coi capelli bagnati e basta.
Voto: due stellette e mezzo, ma non è il mio genere
Ps: un po’ di notti fa ho rivisto beccandolo in tv 28 giorni dopo, che non è il racconto di una donna in attesa delle sue mestruazioni ma la storia di un’ invasione, sempre di tipo zomboso, di persone infettate dalla rabbia che invadono Londra e l’Europa intera. Una cazzata, ma si può vedere dai (e poi qui gi zombi corrono velocissimi, una paura che guarda lascia stare).
Per chi volesse approfondire il discorso morto vivente, che può fare sempre comodo, cfr. qui.
A sinistra, durante una pausa pranzo gli zombi reclamano
Ciccicicci a tutti, o crapuzze vuote.
Oggi si sta a casa che si è stanchi e allora una bella recinzione per voi (ho sentito qualcuno esclamare che culo, o sbaglio? Ah ‘mbeh).
Un paio di settimane fa rividi Divorzio all’italiana, come potevo tacere?
Tra l’altro ci tengo a sottolineare che l’ho visto su mega “schermo” casalingo, grazie all’acquisto intelligente di amico N. che possiede un bellizzimo proiettore (non so come lui abbia ancora un lavoro. Io passerei tutta la mia vita a pancia all’aria sul divano a guardare anche le pubblicità, ma col proiettore però eh). Divorzio all’italiana è la storia di Fefè, un mezzo nobilino decaduto siciliano che vive nella sua bella casa antica ma sgarrupata insieme al parentame: sorella, madre, padre e terribile moglie baffuta.* La moglie baffuta lui l’ha sposata anni prima, e non ce la fa più (giustamente). Non è mica colpa di Fefè, né della moglie, è che voi immaginate un attimo solo cosa volesse dire vivere nella Sicilia degli anni ’60: immaginato? Bravi. La moglie te la tieni, il marito pure, niente divorzio, niente femminismo, niente stasera me ne esco con le amiche, e anche a giudicare dalle donne del film niente ceretta (sul niente ceretta ricordiamo anche la scena meravigliosa in Il mafioso, con Sordi – ma non sono sicura attendo conferme).
Fefè ha la fortuna/sfortuna di vivere accanto allo ziame, e soprattutto alla cuginetta bonissima e adolescente SandrelliStefania (e qui chi meglio di Gino Paoli empatizzerebbe?).
Tra i due è passione: sguardi, incontri fugaci, baci audaci. Lei passa l’estate lì, ma poi se ne torna a Catania nel collegio di suore e Fefè penza che ti ripenza inizia a capire che l’unica è togliersi dallo scroto la baffuta. Ma come fare? L’unico modo per non farsi 50 anni di gabbio è il delitto d’onore, a quel tempo una cosa di routine. Tipo che hai fatto ieri, Peppino? eh niente, ho tolto di mezzo mia moglie e poi pokerino al baretto. Ma questo valeva anche per le donne eh: la donna cornuta poteva comunque liberarsi dal gravoso fardello.
Quindi Fefè decide di puntare su un pittorucolo che faceva il filo alla moglie: glielo piazza in casa, con la scusa di un restauro di alcune croste ottocentesche e con la speranza che daje e daje Baffuta ceda. I due, in effetti, si avvicinano. Fefè gioisce e spera, e una sera, complice la gita al cinema di tutta la famiglia che si reca a vedere Fellini (I love film nel film), si prepara per il colpaccio. Ma baffuta scappa con pittorucolo, uh, Fefè viene colto alla sprovvista. Passano giorni di finta disperazione, Fefè fa la parte del marito cornuto e depresso e intanto cerca di reperire informazioni sul nascondiglio della coppietta. Le reperisce, corre da loro, si arrampica su uno scoglio e li vede. Ma la stessa idea l’ha avuta la moglie di lui, per cui vengono fatti fuori entrambi.
Fefinuzzo solo tre anni si becca, esce e sposa Stefanona.
Che però, aihmè, ha i piedini lunghi e si fa la ceretta.
Che dire di codesto filmetto? E che voi di’. Germi prende gi attori e ne fa delle macchiette, gli mette i tic, li rende ridicoli e intanto non te ne accorgi e tira su un film che racconta in maniera leggera un capitolo d’Italia medievale.
Notizie sparse: tra gli attori, a parte Marcellone (*____*), ricordiamo anche Buzzancone; le norme che regolavano il delitto d’onore sono state abrogate nel 1981 (sì, siamo un paese al passo coi tempi).
Voto: quattro stellette
(Quando il mio babbo siculo ha gli attacchi di gelosia mi piace chiamarlo a gran voce Fefèèèèè)
(Adesso scusate vado a ricompormi)
*update: grandi scupponi: Daniela Rocca, l'attrice che interpreta la moglie, durante la lavorazione del film tentò il suicidio perchè innamorata di Germi. Altro che Novella 2000.
Gino ha detto che questa foto è quella che gli piace di più.
L’altra sera avrei potuto vedere I simpsi al cinema, ma qualcuno s'è confuso con l’orario del secondo spettacolo e allora Sì signorina potete anche entrare ma è iniziato da cinque minuti.
Quindi niente, al posto del film ho mangiato dei dolci molto buoni e bevuto liquorini niente male (grasso è bello) e alla fine, dati anche i miei forti pregiudizi nei confronti dei lungometraggi tratti da cartoni animati, ammetto che male non m’è andata. Poi però siccome non ci andava di arrenderci facilmente è stato acquistato dall’amico Jussef il dvd del suddetto. Però, ecco, il lettoredvd era rotto e l’audio saltava e si sentiva avete presente quell’effetto odioso che Cher usava nel periodo simil tecno?
Eh.
Ne deduciamo che non era serata e che forse io questo film non lo devo vedere. Perchè non credo nel destino, nei segni, nelle coincidenze, ma secondo me il destino conosce i miei gusti meglio di me.
(volete che recensisca lo strudel alle mele e crema?volete?)
Popolo,
da qualche giorno ho iniziato un corso di aerobox, quelle cose per femmine che organizzano le palestre; ti fanno dare calci, ganci, pugni prima in aria e poi ad un sacco, e ho notato che le ragazze si sfogano anche comprando guantoni rosa o tutine nuove.
Io me la cavo bene, ma ero senza guantoni e durante la prima lezione ho tolto l’anello “intoglibile” e l’ho scordato lì. È un chiaro segno del destino; non so cosa cazzo voglia dirmi il destino, ma so che è un segno. Allora per ristabilire ordine nella mia vita fatta di dimenticanze e buchi e tempo speso in modo strano, ho deciso, la sera, di rivedermi Toro Scatenato così da cercare di immedesimarmi in Jake Lamotta e magari trarne utili insegnamenti.
Identificarsi e trarre spunto da LamEtta è un po’ difficile, se non altro perché lui era un pugile vero, un uomo balordo e un animale con le donne. E nessuno mai riesce ad identificarsi in un personaggio totalmente negativo, ne converrete con me. Toro scatenato è forse un film stilisticamente perfetto: è perfetto il montaggio, sono perfetti i dialoghi, la regia, la recitazione, la fotografia, la scelta degli attori, lo sguardo di deniro, il bianco e nero, la sigaretta fumata da me all’inizio del film, la compagnia durante il film, e chi più ne ha più ma prego ne metta. Ieri pensavo proprio che dovrebbe essere uno di quei film da far vedere a inizio corso agli aspiranti registi. Quindi non so se soffermarmi ulteriormente sui pregi di questo film. Secondo me è più bello se adesso mi incarto con le considerazioni negative, quindi mi incarterò.
Rispetto agli altri film di Scorsese (io non li ho visti tutti, però fino ad ora nella mia personale classifica troviamo 1)taxi driver 2) casinò 3)toro scatenato) questo è una specie di documentario su lametta. La trama quasi non c’è, e si vede che non interessava né al regista né agli attori. Ho pensato: dà come l’impressione che scorsese e deniro e pesci abbiano detto ma sai che c’è, facciamo una cosa perfetta per far vedere che possiamo farla, facciamo un esercizio virtuosistico; come quando vedi quei ginnasti che fanno l’esercizio da 10, e tu li segui col fiato sospeso e alla fine ammetti: beh, era perfetto. Però, ecco, questa cosa del lavoro sfiancante, questa cosa che deniro ingrassa 25 chili e alla fine uno dice: mio dio, è ingrassato 25 chili davvero secondo me un po’ trasmette freddezza, non so come dire. Sarà stata la stanchezza, la luna piena (non c’era luna piena ieri, era per dire) ma mi sono venute in mente un sacco di considerazioni filosofiche – inutili - sul cinema, sul modo migliore di mettere in scena delle storie, sulla recitazione da 10. Ha senso che un attore ingrassi veramente 25 chili? I particolari reali cosa danno in più in un film?
Quando vedi deniro nella cabina telefonica con la maglietta attillata e il suo pancione di fuori, all’inizio fai ohhhhhhh, ma poi ti cade come un velo, davanti, perché quello che doveva essere finzione è diventato realtà (realtà sempre usata in un contesto finto, però, quindi stride). Il cinema secondo me è l’inverso della vita: babbonatale è la verità, la barba finta è davvero una barba, e la macchia di pomodoro sangue vero.
Se non è così, che gusto c’è? Poi, certo, non c’è nulla da fare. Ti vedi toro scatenato e sai che non sono due ore buttate, non sono.
Avevo anche altre cose da dire: perché in ogni benedetto film che fa, pesci ad un certo punto deve fare la scena del matto spaccando teste in mezzo alle portiere e rompendo nasi? Secondo me è proprio così nella vita, eh. Alcune scene, a parte quelle sul ring girate magistralmente dal punto di vista del pugile (così tu senti tutto il respiro affannoso,vedi il sangue che schizza, ti senti anche un po' sudato alla fine) sono di una violenza inaudita. Come quando lametta e pesci litigano verbalmente, per esempio.
A me deniro in questo film piace più del solito. Scorsese non ha aiutato molto l’immagine degli italiani all’estero, su questo concordo con compagno di film.
Io alla fine del film volevo salire su un ring e menare le mani.
Voto: tre stellette e mezzo
Ps: dopo tutta questa caterva di pensieri minchioni, ieri sera siamo capitati qui, dove le cose son dette molto meglio e c’è anche l’immancabile sezione curiosità.
Bella fratè.
A sinistra quello vero, a destra quello falso. O forse no.
Cari .......(aggiungete voi a vostro piacimento un appellativo)(insanoloco, un blog interattivo),
Ora, qui qualche screanzato potrà pensare che palle gnegnet noi volevamo recinzioni di film di menare (ciao guzzà) e di film di zozzerie e di film soprattutto girati almeno almeno dopo la seconda guerra mondiale, ma, come spesso mi capita di ripetere, qui comando io e questa è casa mia. Allora. Per parlare di questo film bisogna assumere un’aria da cinefili incalliti: chi non porta gli occhiali indossi per favore quelli con la montatura nera spessa, chi ultimamente è andato al mare ed è stato all’aria aperta si cosparga il volto di cerone e assuma un aspetto da sono stato tutto agosto chiuso a casa per vedere e rivedere i cult del cinema lussemburghese.
Dicevamo. Siamo a Düsseldorf (il film è stato però girato a Berlino, il titolo italiano richiama un caso di cronaca del ’25 legato alla città di Düsseldorf) e la vita degli abitanti di questa ridentissima cittadina tedesca è bruscamente rovinata dagli assassinii di un pedofilo/pederasta/killer che con palloncini e caramelle accalappia bambine per farne ciò che più gli va compreso ucciderle. La polizia tedesca, però, non riesce a catturarlo e altre bambine spariscono. Allora la gente comincia a innervosirsi, ma si innervosisce soprattutto la malavita tedesca (malavita tedesca mi rendo conto suoni come un ossimoro) che vede ostacolati i suoi affari dalle ricerche della polizia. Alla fine sia la polizia che il gruppo di criminali, organizzati molto meglio della polizia tra l’altro, trovano l’assassino che sarà però catturato prima dai criminali. Nell’ultima scena l’assassino è “processato” davanti ad un tribunale composto dal popolino dei criminali - con tanto di avvocato - un tribunale dell’orrore dove ad avere la meglio è l’istinto di vendetta.
Ma poco prima del linciaggio irrompe la polizia, che arresta M e anche i capi dei criminali.
Ma poi scusa, ma vuoi mettere, ad esempio tu coi capelli castani, che vedo che leggi e so che non fiondi da un po’, alla prossima uscita con la ragazza di turno parlale di Fritz Lang e falla bere un po’, poi vedi come finisce la serata. Dai retta a Gnegnet dai.
(mi sono buttata su un film del ’31 anche perché credo sia difficile che Fritz Lang ora possa venire qui a commentare)
Lang legge accigliato la nuova recinzione di Gnegnet.