Cari crapuloni,
lasciate stare per un attimo il sugo sul fuoco, la fidanzata che vi ammorba coi problemi di pressione di sua madre e il cane che dovete scendere a pisciare. Oggi qui si parlerà di un film che, come il precedente, ha a che fare con AldoMoro (non è che mi sia fissata, è capitato per caso) ma che a differenza del precedente è un bel film.
Buongiorno notte è la storia del rapimento del presidente della DC raccontata dal punto di vista dei rapitori, e soprattutto di una di loro,
Chiara è una giovane donna un po’ piatta: non nel senso delle tette, ma nel senso del quoziente intellettivo. Ella partecipa sì al sequestro, ma nelle vesti di casalinga del covo. La casa del sequestro è la sua, lei è l’unica che lavora, lei prepara il minestrone la sera, lei cuce i calzini al vecchio Aldo che se la spassa tantissimo nel buco di un metro per un metro scrivendo lettere al papa, al nipote, a natalia aspesi e alla posta di topolino (secondo me se avesse scritto a topolino qualcosa si sarebbe mosso, ma comunque. Se avesse scritto alla aspesi lei gli avrebbe risposto che la lettera sembrava falsa, come fa con tutti).
Chiara lavora in biblioteca e mette tutto il giorno timbri su schede e spolvera libri. E’ un’ impiegata modello. Ma la sera. Quando torna a casa. Lei lava le mutande ad Aldo. Gli altri tre brigatisti che vivono con lei, tutti uomini, invece si occupano delle rivendicazioni, delle armi e dei comunicati. Locascio-Moretti ci sta da paura nella parte del brigatista capo antipatico e metodico; il compagno di Chiara, un brigatista hippy coi capelli lunghi, non ha nessuna apparente utilità nel gruppo se non quella di dar da mangiare ad una coppia di canarini per i quali ha una pseudo fissazione, molto più che per Chiara. Il terzo br è un giovine che appoggia la causa ma sente molto anche il richiamo della patata della sua fidanzata, per cui un po’ va un po’ viene ma però io lo avrei buttato fuori a calci che mica stiamo ad una festa di carnevale, che diamine.
Passano i giorni, e nessuno fa niente. Ormai tutti i carcerieri sanno a memoria le abitudini di Aldo: quanto zucchero nel caffè, tanto sale poco sale, la piega dei pantaloni. Chiara inizia ad essere emotivamente coinvolta e piange molto, come Chiara Gnegnet, quando Aldo legge ad alta voce ai brigatisti la lettera che scrive al papa per chiedere aiuto (che io abbia pianto non significa che la scena sia commovente perché io piango molto anche quando vedo la pubblicità dello spremiagrumi, eh) e man mano che il tempo passa e anche il papa come risposta ha mandato un filmino in cui fa il gesto dell’ombrello, tutti capiscono che gnente da fare Aldo, tirerai le cuoia. E cala una depressione e una cappa di angoscia che io mi sono chiesta, aldilà del senso della scelta politica di rapire uno e chiedere uno scambio, come cazzo abbia fatto lei a reggere. Ma effettivamente la mia emotività è un ostacolo a più o meno qualsiasi cosa voglio fare nella vita, quindi che cosa mi metto nei panni di una rapitrice mica l’ho capito. Come finisce la storia lo sapete: pena di morte, pistolettate, abbandono del corpo.
Perché io volevo dire che:
1) Roberto Herltizka, che interpreta aldomoro, è bravissimissimo e io lo amo molto.
2) Maya sansa è bravina, ma io non la sopporto.
3) Le musiche dei pink floyd ci stanno a pennello.
4) Era meglio se rapivano andreotti.
5) Le critiche fatte al regista, accusato di aver dipinto i rapitori come troppo umani, non stanno in piedi. Bellocchio è riuscito infatti a realizzare un film sensibile e introspettivo senza parteggiare né giudicare troppo (poi non dirò più cose serie e banali, ve lo prometto)
Vedetevi il film; se già l’avete visto mi dispiace sarà per la prossima volta. Ora devo andare a fare degli impacchi al piede perché stamattina, correndo a piedi nudi per casa (non chiedetemi perché), mi sono sfracellata il mignolo contro una panca inutile in corridoio e sto soffrendo molto: ma prima vengono le recinzioni.
Voto: due stellette e mezzo.
Ciao crapuloni.
Ps:

In alto, Chiara si commuove mentre il vecchio recita a memoria Il sabato del villaggio.
Gentili lettori, fichissime lettrici,
oggi parliamo di uno dei film più brutti che io abbia visto negli ultimi anni. Anzi, ma lo sai che te dico, è uno dei film più brutti di tutta la mia vita: il thrillerone che nessuno voleva, Piazza delle cinque lune. Argomento: il rapimento di aldomoro. Tesi: dietro le brigate rosse c’era
Il canuto giudice dovrebbe essere uno abituato ai colpi di scena, dovrebbe essere uno che in tanti anni di carriera ha sviluppato non dico un po’ di cinismo, ma che ne so, una punta di freddezza. Invece no: ha esattamente la stessa reazione che ho avuto io a otto anni quando sono riuscita a finire tutto l’album delle figurine degli animali: attacco di infarto, urla di giubilo, timore, perdita della ragione. E anche un po’ di rodimento di culo: so’ appena andato in pensione, perché maremma maiala non posso godermi come tutti i giudici toscani in pensione una maiala nella maremma?
Poi, il giudice viene contattato dal donatore del filmato che gli chiede di incontrarlo in una specie di antro pieno di candele e lumini che non si capisce come sia venuto in mente al giudice di andarci da solo. Comunque. Il ceffo, a volto coperto, con una voce tipo quella della mamma mummificata di Norman Bates e il respiro col fischio da moribondo, fa tutto un monologo fumosissimo in cui le frasi salienti sono I tempi sono maturi, io lì c’ero, ora sto per morire, quel filmato è importantissimo, giudice io di lei mi fido, sembra tutto uno scherzo invece è vero, ma soprattutto ATTENZIONE non dica niente a nessuno mi raccomando. Il giudice tempo sette secondi netti essendo stomachetto liscio racconta tutto a germalda, la magistrata amica sua (interpretata dalla terribile Stefania rocca) e a Branco, la sua guardia del corpo nonché cartomante e aiutante a tempo perso di mago corallo su telesiena (branco credo sia il nome da combattimento, ma comunque sempre ridicolo rimane). I tre vengono presi come da un raptus anale e studiano il video e scoprono che sul marciapiede di via fani, proprio durante la sparatoria, un tipo con impermeabile e occhiali scuri sta osservando tutta la scena, con freddezza e impassibilità. MinGhia, esclamano i tre, chi cazzo è? Iniziano le indagini: sul covo di via gradoli delle br, sulle br, sui gruppi terroristici stranieri, sulla p2, su cossiga, sul governo dell’epoca, etc etc etc. Si scoprono un sacco di cose, si tirano fuori un sacco di teorie mai sentite, davvero, teorie nuovissime, come quella sui servizi segreti americani. Intanto, mentre tramite pericolosi avvertimenti qualcuno sta cercando di far capire al giudice e ai due fomentati che forse è meglio che tornino a farsi i cazzi loro, solo un uomo capisce che è ora di finirla, solo un uomo alza forte la sua voce e urla basta! È il marito di Grimalda, anch’egli attore come sono attrice io, che giustamente si ribella. Perché sì, va bene la parità dei sessi, va bene avere una moglie magistrato, va bene che non dormi manco più a casa perché passi la notte ad assistere il giudice, però renditi conto che ci hanno pure rapito i figli: forse è meglio che la smetti.
Ma Grimalda se ne sbatte e continua le ricerche.
(Per inciso, chi è l’unico che morirà in questo film? Ma ovviamente il marito di Grimalda, che non si lamentava mica perché era scemo eh.)
Alla fine i tre ricostruiscono il puzzle: io qui non lo ricostruirò, perché basta che andiate su internet su qualsiasi sito come misteri d’italia o dietrologia oggi.
Durante l’ultimo quarto d’ora il delirio la fa da padrone: scene incomprensibili una dietro l’altra, dialoghi sopra le righe e in ultimo la mia scena preferita: branco e giudice corrono in macchina per la campagna non so a fare cosa, molto probabilmente senza motivo, e un aereo spruzzadiserbante sbucato dal nulla inizia ad abbassarsi di quota e a rincorrerli per farli sbandare cospargendo diserbante ovunque. La scena è drammaticissima, il giudice sta per morire di coccolone, musiche che nemmeno in cape fear ma però non si capisce chi e perché li stia rincorrendo, e perché soprattutto lo fa con un aereo e non con una macchina.
Vabbè, alla fine giudice va a roma per incontrare le alte sfere e consegnare il filmino ma invece si capisce che le alte sfere sono le stesse che gli lanciavano i pericolosi avvertimenti e gli facevano venire i coccoloni, e quindi niente fare per aldomoro ustica bologna il cermis calvi calabresi l’italicus etc etc. Ultima scena, Branco, l’amico di una vita, in mezzo alle alte sfere che guarda giudice e gli fa la faccia torva ma anche un po’ rassegnata (che branco facesse il doppio gioco, ve lo giuro, si capisce immediatamente alla prima parola che spiaccica. Alla prima parola tu pensi questo fa il doppio gioco).
La mia domanda è: caro regista Martinelli, siamo veramente sicuri di aver bisogno di questi filmacci da quattro soldi che arintignano con robe vecchie ma che soprattutto sono girati coi piedi?io mica dico che la faccenda di aldomoro sia risolta, dico solo che questo film fa schifo.
Voto: non classificato tendente all’irritante
Ps: sembro uno di quei pazzi che blaterano su uno sgabello in mezzo a central park, vè?
Fermatemi.
A destra, un aereo spargidiserbante attacca la macchina del giudice ma nessuno saprà mai il perchè.
Cari guardatori di film,
in quest’uggiosa giornata che è iniziata male e prosegue anche peggio, sediamoci comodi che vi parlo, mentre aspetto che mi passi l’emicrania, de La conquista della felicità di quel raccoglicicoria di Gabriele Muccino, detto anche “forse mi sono tolto dalle palle e mi fermo a vivere qui negli usa”.
La storia è presto detta: Giacomino è un giovane trentenne con tantissimi problemi. Prima di tutto è disoccupato, e quindi non ha soldi. Poi ha questo figlietto sul collo e si sa, i figli danno sempre preoccupazioni, e infine ha una moglie un po’ nervosa che si capisce dalla prima scena che presto lo mollerà lì solo col bambino e infatti poco dopo lo molla lì solo col bambino. Giacomino, però, ha un grandissimo culo: egli infatti vive negli Stati Uniti d’America, e lì, come tutti sappiamo e come lucidamente gli americani ci raccontano, se vuoi puoi. E Giacomino vuole, perdincibacco se vuole,e quindi prima di tutto fa questo lavoro non ben identificato di venditore di apparecchi per gli ospedali, che si capisce che quelli della ditta l’hanno fregato come quando ti fermano per strada quelli di Euroclub tu firmi e poi fino alla morte dovrai comprare tre volte al mese oriana fallaci; poi siccome è bravissimo coi numeri e col cubo di Rubik decide di fare uno stage per diventare agente di borsa o quello che è, una roba del genere che ha a che fare coi soldi teorici.
Per fare lo stage deve studiare ore e ore e ore, e deve faticare, e tipo finisce che non dorme più perché non ha tempo. Tutto il film è la dura lotta di Giacomino e la vita di merda che fa tra l’asilo pubblico del figlio gestito da una coreana, lo sfratto dell’insensibile padrone di casa, le nottate passate a dormire sotto la metro. Ma conta poco quello che succede durante le due ore, la verità è che questo film è un documento di propaganda (tipo Svegliatevi! o gli editoriali del foglio) creato da un Muccino chiaramente sotto lsd, da un Gabriele che non vuole semplicemente spiegarci come funziona il sistema americano, ma, che dio lo fulmini ora mentre bighellona sulle colline ollivudiane con quella sua faccia da cretino, vuole convincerci che il sistema americano funziona da paura. Tanto funziona da paura, che, mai l’avresti detto eh, giacomino viene preso allo stage, fa la scena del matto durante il colloquio, esce dall’ufficio e cammina contento per strada con le gote ricoperte di caldissime lacrime riconoscenti al sistema americano, a Muccino e anche a Rubik.
Voto una stelletta e un cecio, ma solo perché è poco meglio di vacanze di natale ‘98.

In alto, Muccino balbettando spiega a giacomino che il sistema americano funziona da paura.
Una giornata particolare lo rivedo sempre con piacere, non fosse per quella cialtrona di sophia loren che nella lista delle persone cialtrone che odio di più sta una nticchia sotto quel farloccone di baricco.
Comunque, parliamo di questo film.
Siamo durante il ventennio di nonno Benito, a Roma, e Sophia Loren è una donna in ciabatte e vestaglietta, ignorante come una cucuzza e sposata con l’uomo più sgradevole di tutto il globo terracqueo. Quest’uomo sgradevole, veramente vi dico, ispira solo violenza e ti fa agognare il ritorno del baffone e di lorena bobbit: egli tocca il culo della moglie mentre si gratta il pacco, rutta, urla dal bagno “Aò è pronto da magnà” e c’ha pure l’amante.
Con questo grandissimo genio, la nostra ha deciso bene di fare una quindicina di figli, i quali, siccome la genetica non è un' opinione, sono venuti su tutti intelligentissimi come il padre (il mio preferito è il cicciobombo che non vuole andare alla sfilata perché A mà me dicheno che so’ ciccione).
Ma sto divagando come mio solito.
Dicevamo: è sabato, siamo fascisti, Adolfo è giunto nell’Urbe per stringere la mano ar Capoccia, quindi tutto il condominio della famiglia italianamedia si reca ad assistere tale evento. Donna sofia serva di casa, invece, deve ripulire il letamaio che hanno lasciato marito e figli. Non è che le vada molto di pulire – come la capisco; sciabatta di qui e di lì, canticchia, si aggiusta le poppe, si guarda allo specchio (anche io quando non mi va di pulire perdo tempo così). Poi, ad una certa, il merlo scappa dalla finestra. Per rincorrere l’uccello perduto donna sofia ne conosce un altro, di uccello, e che uccello: nientepopòdimenoche uno degli uomini della mia vita (dopo al pacino, edward norton, enrico lucci, vittorio gassman e ammaniti e un altro migliaio perché sono di gusti facili): marcello mastroianni.
Marcello mastroianni è un ricchione che lavora alla radio: ma essere ricchioni, allora, comportava dei leggerissimi problemi (adesso siete tutti abituati, che il vostro amico vi dice come niente fosse che è finocchio e vi presenta il suo amico marione, che uscite di casa e c’è il gay pride e tutti si strusciano ricoperti di schiuma e si leccano i capezzoli, ma prima mica era così).
Quindi: Marcello è un ghei perseguitato, che è stato licenziato dalla radio e che quella sera dovrà andare a fanculo al confino. E’ depresso come un poveraccio, e trovandosi donnaciabatta di fronte decide di smuovere un po’ le acque di quella bella giornata di schifo e attacca bottone, ma lo attacca in una maniera incomprensibile per donnasofia. Parla di libri, mette della musica, ogni tanto guarda fuori dalla finestra con sguardo perso nel vuoto, ogni tanto improvvisa passi di salsa. Insomma: mastroianni sta fuori come una zucchina, e donnaloren è un po’ spaventata un po’ attratta da questo nuovo singolare modello di maschio che non ti palpa le zizze davanti ai figli, non ti ordina di lavargli le mutande, ma semplicemente ti rivolge la parola. Come darle torto: donna ciabatta inizia a pensare che forse il marcello ne vuole da lei, e tutto solo perché è gentile (da notare qui come donna ciabatta fa il classico errore che spesso fanno gli uomini), e quindi com’è come non è tra un caffè e un panno steso i due passano la giornata insieme. Solo che, ecco, donnaciabatta verso le cinque comincia a chiedersi come mai questo strano uomo non le sia ancora saltato addosso, eh, come mai? Per cui, si butta e lo bacia di sua sponte, uomoricchione si inghezza come una bestia e le urla cose come Brutta stupida tu capisci solo di uomini rozzi io sono frocio cristiddio frocioooooooo.Frocio e antifascistaaaaaaaaaa!
E qui, veramente, a me viene sempre da vomitare per l’agitazione, che vedo la loren che corre per le scale sconvolta e indignata, la portinaia che sente tutto, marcello che impazzisce, una tragedia, diomio! Io già mi agito per un nonnulla, ogni volta dopo questa scena mi tocca prendermi lo xanax.
Poi i due vanno a letto. Dici, ma…come….ma….donnaciabatta e ricchione?sì.
Però, belle le tette bella la patata, ma ricchione rimane coerente, e arrivata la sera, donnaciabatta torna a pulire i bicchieri, a lui se lo portano via due loschi figuri.
E il film si chiude su donnavestaglia che si infila a letto, e spegne la luce, e non si vede ma tutti capiscono che marito sgradevole ha già pronto in canna il rutto della buonanotte e anche il sedicesimo figlio, perché no.
Il finale è amaro, ma magari, chi lo sa, amicoghei qualcosa ha lasciato nell’ignorante cuor della donnaasservita.
Il marito sgradevole invece deve morire.
Voto: due stellette e mezzo
A sinistra, donnaciabatta si rende conto che sono le cinque e amicoghei ancora non le ha toccato le zinne.
Prendimi l'anima parla della storia di amore e zozzerie tra Jung e la sua giovane prima paziente, Sabina, carina e psicolabile nonché un pochetto ninfomane.
Jung è alle sue prime armi: è un medicozzo carino, col barbettino e il camicino, che osservando i metodi di cura e le condizioni di degenza dei felici ospiti del manicomio in cui lavora ha come un’illuminazione: forse prendendo a mazzate in testa e a scariche sulle palle i pazienti non si aiuta proprio nessuno (ma forse, però). Quindi decide di iniziare una terapia rivoluzionarissima con questa giovane puledra, che consiste in quello che tutti sappiamo: parlare dei cazzi suoi.
Tu, giovane puledra, potrai dirmi tutto quello che ti passa per la testa, soprattutto i tuoi sogni, i tuoi desideri, mi puoi dire anche quella cosa che proviamo noi fanciulle che ci piacerebbe limonare con il babbo.
Insomma, la passione c’è e prosegue per un po’, ma la giovane puledra semiguarita sbaglia tattica e chiede a Jung un figlio. Jung, che inizia un tantinello a sentirsi messo alle strette, si trasforma in quattro e quattro otto nell’uomo più merda del mondo. Scrive a Freud che la ragazza gli sta attaccata allo scroto e lui non ce la fa più, fa la spia anche con la portiera del mio palazzo, si lamenta di qua e di là e la caccia a pedate nel culo pur sapendo che lei è bella intelligente saggia anche se un po’ matta, che se permettete, belli miei, è sempre meglio delle solite donne algide con i capelli in ordine e le perle (dello stesso parere pare non sia l’attuale compagno della bertè).
Per cui, niente, si lasciano, lei si deprime e un po’ ricomincia a delirare ma siccome ha due palle molto molto più grandi di quel fregnone di Jung, si riprende, si laurea in medicina con specializzazione in psichiatria (siamo intorno agli anni ’20 eh), si sposa, fa una figlia, va in Russia dove diventa tipo
Io vorrei essere un po’ come Sabina.
Il titolo è brutto, secondo me.
Jung è un frignone piagnone leccaculo cacasotto.
L’attrice che interpreta la moglie di Jung dovrebbe riprendere in considerazione quel lavoro da lavavetri offertole pochi mesi fa.
Mi sono dimenticata di dire che la puledra comunque alla fine muore.
A sinistra, Jung avverte Sabina che le
prenderà l'anima.

Io avrei deciso di usare questo blogghe solo per le recinzioni di merda dei film che vedo. Quindi, io vi avverto, la linea sarà questa nessuno si venga a lamentare. Mai più i miei cazzi e i miei mazzi, mai più piagnistei e post intimisti, mai più badilate di affari miei.
Ma prima di chiudere definitivamente la saga, volevo mandare in onda l’ultima puntata del telefilm “BuroKràzia dangereuse” e sfogarmi proprio qui, proprio su insanoloco.
Si avvicina implacabile come uno zidane dopo che gli insulti la sorella (volevo dire la mia: a me materazzi mi sta qui, è un fascistelllo di merda, zidane è un figo, ha fatto proprio bene signora mia, anche se sono contro la violenza io eh) la data della scadenza per la domanda della tesi.
Lo scambio di email con la mia professoressa, che come tutti sapete è sempre lì nella terra dei bestemmiatori (ahah.ahah.ah.), va avanti proficuo come sono proficua io alle otto di mattina. I tanti “Gentile professoressa”, “nell’attesa la saluto”, “Cara Gnegnet”, “Mi scriva pure quando vuole”, “Faccia, faccia firmare quel che vuole”, “Io ho tanto lavoro qui, la prossima settimana sarò ad Ankara veda di sbomballarmi meno le balle” fioccano che non ne avete un’idea. Ma la frase fondamentale (“Cara studentessa stupida che non è altro, ho contattato il docente che firmerà al mio posto vada pure da lui”) io non l’ho mai letta. Allora stamattina, mentre alternavo crisi isteriche a crisi depressive durante le quali mi accasciavo su gradini, ballatoi, ringhiere e scrivanie versando copiose lacrime e balbettando attonita bestemmie sempre nuove, mi sono recata lì, nell’Ade, ho puntato un docente a caso, e gli ho intimato giocherellando casualmente con una p38 di firmarmi quei cazzo di moduli altrimenti avrei fatto una strage, e non solo sarebbe molto lui, lì, che avevo scelto a caso, ma tutto il parco professori dell’università, soprattutto il dipartimento di topografia (ahhhhhhhhhhhhhhh).
Allora lui tremante mi ha detto signorina ma io non so manco chi è lei.
Allora io gli ho detto: firmi, cretino.
Allora lui ha detto vabbene, magari prima mando una email alla sua professoressa.
Bravo, mandi l’email. Io torno domani con i moduli. Per stare più sicuri, facciamo che oggi suo figlio lo vado a prendere io a scuola; glielo riporto domani al ricevimento, dopo che avrà firmato.
Vabbene, ha detto lui, e ha subito aperto gmail più veloce della luce.
Ora.
Io.
Non volevo lamentarmi lo giuro.
Ma non vedo soluzioni.
Adesso chiudo gli occhi e mi accascio sul divano, quando li riapro voglio che sia tutto finito.
Adieu.)
Casinò è un film che se non l’hai mai visto sei un povero demente.
Detto questo, ora vi parlo del film.
Asso è un mafiosetto che arrivato a Las Vegas decide di dare sfogo alla sua smania imprenditoriale e al suo gran culo nel gioco e riesce a prendere in gestione un casinò strafigo e stragrande ma soprattutto pieno di gettoni e donne che la danno via dopo solo un camparisoda. Asso comunque non è un mafiosetto qualsiasi, egli ha dalla sua l’analità: soffre di nevrosi, ha sempre il gel nei capelli, indossa gli elastici reggicalzini, le vestaglie di seta tutte precise e nella sua illegalità fa sempre le cosine a modino e compila quando può tutti i moduli della burokràzia mafiosa. Solo che Asso sì, è una miniera d’oro, ma anche una grandissima testa di cazzo per cui subito subito ci fa due errori madornali: uno non resiste al richiamo della patata e si accolla Ginger (che poi sarebbe sharon stone il cui stacco di coscia in un paio di sequenze ha fatto vacillare anche me), una battona cocanoimane (però bella eh, bellissima) d’alto bordo ma manco tanto alto il cui unico scopo nella vita è accumulare bracciali d’oro massiccio burini e pellicce di pecora scandinava. Due non argina la follia dirompente di Peppinuzzo, l’amico mafioso che lo raggiunge dai sobborghi. Qual è il problema di Peppinuzzo? Peppinuzzo è orale e borderline: per cui, capite, si incontra e si scontra con Asso che per tutto il film - della durata attenzione di tre ore - cerca di fargli capire che no, non si ficcano le penne nelle carotidi altrui, che no, le rapine a mano armata non si fanno che vabbene essere mafiosi però non facciamoci notare.
L’ultima ora va tutto a scatafascio: Ginger pippa tantissima cocaina, dilapida il conto in banca, e ricomincia a usare la sua patata come una mastercard. Peppinuzzo mette su un gruppo di gheingster che levati, ammazza quanta più gente può e usufruisce della patata di Ginger. Insomma, daje e daje anche Asso ci va di mezzo e fine della sua storia di carte e denari al casinò.
Però l’ultima scena non te l’aspetti: Asso mica va al gabbio, no, e nemmeno torna nei sobborghi a giocare a campana. Egli ricomincia da capo dietro una piccola scrivania col bricco del caffè. E al posto di Ginger, Carlona, la segretaria cicciotta.
Quattro stellette.
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In AmericanHistoryX invece c’è questo ragazzo bello ma nazista nel midollo che ha dei pettorali bellissimi abbelliti da una grande svastica. Lui odia tutti i negri e chiama tutti sporco negro e picchia i negri e ne ammazza due, e tutto solo perché il padre pompiere era stato ammazzato da un negro.
Però in realtà lui è intelligente dentro e stima molto il preside della sua ex scuola, negro anch’egli. Suo fratello minore è anche lui intelligente ma idolatra il fratello e così si rasa i capelli e anche lui inizia a chiamare tutti sporco negro e a partecipare ai concerto punk nazisti dove grassi nazi pogano e bevono la birra, che solo a vederli nel film ti mettono come una leggera ansia dentro.
Insomma, sono ragazzi senza punti di riferimento, senza valori, molto spaventati. Solo per questo ammazzano i negri, non per altro. Il mio personaggio preferito è la madre, che un po’ è preoccupata per questi figli sbandati ma che oltre al “Jon ti ho detto che non si dice sporconegro” non va, e infatti poi si tiene tutto dentro e le viene la tisi. La madre poi fa un errore strategico tremendo, cioè inizia a fare lingua in bocca con un ebreo – e questo Jon non lo può sopportare, lui così ariano e protestante e americano.
Insomma, poi Jon va al gabbio, lo prende nel culo (gli mettono anche sei punti!), si accorge che sì vabbene i negri raus però nel culo magari no, e allora esce e diventa buono e cerca di salvare il fratello che non avendo personalità subito butta il poster di Adolf e anzi quasi quasi si vorrebbe far crescere i rasta.
Ma però la vita è cattiva, e finisce malissimo.
Titoli di coda su filmino amatoriale dei due fratelli che da piccoli corrono sulla spiaggia.
Bello, due stellette e mezzo per il finale col tramonto che nemmeno un regista sporco negro lo avrebbe scelto.
Parentesi su cose di cui sono certa certissima non ammetto repliche
Allora, mettiamoci d’accordo.
Il gelato al pistacchio è buono – non ci sono cazzi.
La banana è più buona quasi verde – non ci sono bleah.
La crostata è più buona con la marmellata amara – non esiste eh, ma la nutella.
Il kinder bueno al cioccolato bianco è solo un surrogato disgustoso del vero kinder bueno – non mi dire eh ma però il galak ti piace.
I peperoni ripieni per favore me ne dia nove belli grossi, che mi ci cospargo tutta – qui nemmeno voglio parlare.
Parentesi Ghezzi (con spoiler) scritta tipo flusso di coscienza di Ghezzi, quindi del film non si capisce nulla solo che mi è piaciuto
Questi sono giorni di grandi chiuse cinematografiche.
Quindi ora vi parlerò, poco però che ho sonno, di un film di Frank Capra.
“La vita è meravigliosa” è un film veramente bello, perché James Stewart è uno sfigato che non gli riesce niente nella vita, però sempre allegro e giocoso anche un po’ cazzone. Però ogni volta che sta per partire, che ne so, per Macao o Taipei muore qualcuno e alla fine gli tocca rimanere lì a Paesolandia, e una volta stava anche per trombare con una diciottenne nuda in un cespuglio e invece niente perché il padre è morto proprio in quel momento. Alla fine comunque riesce a non andare al gabbio per bancarotta solo grazie alla moglie (che era poi la diciottenne nel cespuglio) che si mette a scollettare come nessun punkabbestia mai.
Poi mi pare non volevo dire più niente.
Ah, no, stamattina ho fatto una cosa a cui tenevo; non andrà bene, forse, ma pazienza. Tanto c’è sempre qualcuno che scolletta per te.
