Nel 90% dei casi i blog con lo sfondo nero sono scritti da diciottenni che leggono ossessivamente Isabella Santacroce e la trovano una brava scrittrice. In genere queste ragazze hanno il frangettone nero, il rossetto rosso e tutte le foto scattate negli ultimi anni le ritraggono tristi e meste sul loro letto. Una volta hanno anche pensato di farla finita tagliandosi le vene dei polsi, ma poi è uscito il nuovo disco dei Placebo e ci hanno ripensato. Nella colonna a destra si descrivono introverse e incomprese, amanti della solitudine e degli anfibi bordeaux.
Sotto sotto, secondo me, invece vorrebbero andare al mare e sfoggiare costumi giallo fosforescente, farsi fotografare mentre cucinano la pajata per venticinque amici idioti e ascoltare lapina su radiodj.
Ora vado a mangiare il budino scaduto della danette.
Per il mio compleanno un uomo che fa tante scoregge mi ha regalato questo libro. I due autori sono dei librai che negli anni hanno raccolto libri assurdi (per il titolo e il contenuto, s’intende) tutti pubblicati più o meno dal
Titoli tratti da “I libri più assurdi del mondo”, di B. Lake e R. Ash (dove indicato, riporto casa editrice, paese e anno):
· The care of Raw Hide Drop Box Loom Pickers – (La manutenzione della scatola di pelle della navetta del telaio). Anonimo. Garland Manufacturing Co., Saco, Maine, 1922.
· Was Oderic of
· The Gas We Pass. The Story of farts – (Il gas che emettiamo. Storia dei peti), di Shinta Cho. Kane/Miller Book Publishers, Brooklyn, New York, 1994.
· Cancer. Is the Dog the Cause?- (I cani causano il cancro?), di Samuel Walter Cort. John Bale, Sons and Danielsson, 1933.
· My Duodenal Ulcer and I – (Io e la mia ulcera duodenale), del Dr Stuart Morton.Christopher jhonson, 1955.
· Stop in the Name of Love. Ejaculation Control for Life – (Fermarsi nel nome dell’amore. Controllo dell’eiaculazione per la vita), di Michael Riskin. Choice Publishers, Encino, California, 1994.
·
· Was Gesus Insane? – (Gesù era un folle?), di G.W. Foote. Progressive Publishing Co., 1981.
· You Can’t Catch Diabetes from a Friend – (Non si può contrarre il diabete da un amico!), di Lynne Kipnis e Susan Adler. Triad. Gainsville, Florida, 1979.
· Who’s who in barbed Wire – (Chi è chi nel campo del filo spinato). Anonimo. Rabbit Ear Publishing Company, Texline, Texas, 1970.
· A History of Victorian Skirt Grips – (Storia delle spille per le gonne in epoca vittoriana), di Mary Sawdon. Midsummer Book, Cambridge, 1995.
· Deathing. An Intelligent Alternative for the Final Moments of Life – (Morire. Un’alternativa intelligente agli ultimi istanti di vita), di Anya Foos-Graber. Reading, Massachusetts, 1984.
E sì, i libri trattano proprio di quello che facilmente può essere dedotto dal titolo, che va preso alla lettera. Ma come giustamente ci si chiede nella prefazione, “dove passa la linea di confine che separa la demenza dalla sapienza?”. Io non lo so, ma qualche titolo di questo libro mi ha ricordato alcune tesi di laurea della mia facoltà, quelle tesi così specifiche e settoriali che potrebbero rientrare a pieno titolo nella biblioteca mostruosa di Lake e Ash (per esempio, “I marmi tardoantichi dell’arco di Costantino: semplice riuso dei materiali o questione di cattivo gusto?”, ma anche, “P.e.s.s.i.n.u.n.te.: là dove c’era un tempio ora c’è un mc donald’s*”).
*ogni riferimento alla mia tesi è casuale.
Tutto questo trascinare cosi e cosare, sinceramente mi ha stufato. Tutto il giorno come nell’attesa che le cose si facciano da sole, poi invece apro la porta della cucina e i piatti sono ancora lì, per non parlare dei pantaloni stesi da quattro giorni bandiera sventolante del mio eterno rimandare.
Sto bene solo nei non-luoghi: in macchina da una parte all’altra, in fila al supermercato, mentre aspetto che la barista prepari il mio caffè. La macchina, ad esempio, da una settimana è il mio luogo preferito. Guido piano, faccio gli slalom nelle strade deserte la notte, ascolto dischi nuovi e fumo le sigarette migliori; leggo anche il giornale. Quando arrivo sotto casa e vedo da lontano il posto libero, lì, tutto per me, mi piange il cuore: già devo fermarmi e magari salire e ritirare i pantaloni?
Allora faccio un altro giretto, così, tanto per non spegnere a metà la canzone. Poi spengo tutto, apro il finestrino, mi sporgo e guardo su: niente luna, torno a cosare.
Torni, e vieni accolto a braccia spalancate dalla programmazione televisiva italiana che ti informa giubilante che, nell’ordine, valeria marini ha la suoneria di totò sul cellulare, la santanchè ha comprato un palazzo ai parioli (quello che sognava da ragazza, mica uno qualsiasi) e che l’ex di samantha de grenet si struscia sulla ex dell’ex della suocera della tata del cugino di sabrina ferillona. Non ho niente contro l’ex della ferilli (forse), solo ecco, vorrei che il tg finisse un minuto prima se proprio proprio deve spalmarmi tale merda in faccia.
Poi.
Da circa una settimana sono sorda. Causa raffreddore + volo aereo tutto il catarro prodotto dal mio corpo si è posizionato sui miei timpani (questo me l’ha detto la farmacista zelante di corso trieste, alle ore 14 di ferragosto, li mortacci miei e di chi non me lo dice – ma me lo dicono in molti). Così, non sento più. O meglio, sento pochissimo, tutto ovattato e quando parlo la mia voce mi rimbomba nel cervello come se avessi la capoccia infilata in una cassa che trasmette a tutto volume le urla di wanna marchi. Gli inconvenienti sono: radio della macchina a un volume che a me sembra normale, ma che forse è un tantino alto, a giudicare dalle facce dei passanti che lanciano le sporte in aria al mio passaggio per turarsi le orecchie; tono di voce simil bisbiglio che ovviamente innervosisce l’interlocutore che pensa sempre io stia per rivelargli chissà che segreto, invece ho solo paura di urlare. Inoltre, quando mi parlano assumo sempre un’espressione attonita, molto, molto, più attonita della mia normale espressione attonita. Capisco la metà delle cose che mi si dicono, e l’altra metà la percepisco come un brusio lontano, come uno stormire di foglie (dialogo avvenuto stasera, davanti un quadro con donna in burqa: lui, a pochi cm dal mio orecchio: eh, indossa il burqa... io: miss Turchia?eh?che c’entra?ehhh?eh?).
Ho capito che per continuare ad avere rapporti interpersonali un minimo decenti devo dire sempre sì, qualsiasi cosa mi si dica, ogni tanto annuire partecipe e guardare dritto negli occhi come se veramente la discussione mi stia prendendo (che poi, è quello che faccio anche quando sento benissimo).
Questa storia della sordità mi ha fatto venire in mente un aneddoto (immaginatemi su una poltrona, come don Alfio in Un sacco bello, mentre lo racconto) legato alla vera sordità di mia nonna, che non sente una mazza da venti anni ma che giammai indosserà un amplifon, oggetto del demonio che potrebbe inquinare la sua ancora giovanile bellezza (ho cercato di farle capire che se non indossi l’amplifon per non sembrare vecchia e poi rispondi sì,grazie, la cicoria va bene quando ti chiedono l'ora la tua presunta aria giovanile passa in secondo piano. Nonna, fidati).
Insomma.
Quella volta aveva squillato il telefono, io avevo risposto. Mia nonna mi aveva chiesto chi fosse, e io avevo detto qualcosa tipo zio tonino. Dopo pochi minuti, mi vedo mia nonna che compare in camera con un piatto di panini. Nonna, cos’è ‘sta roba, le chiedo. Eh, dice lei, non avevi detto che volevi un panino?
Dico, meno male che non aveva telefonato la zia slovacca.
Saluto tutti quelli che mi conoscono, ma soprattutto zio tonino e miss turchia.
