Il tipico post estivo è questo:
fa un caldo della madonna, mi trascino in giro e per la casa con le spalle ricurve sotto il peso dei 37 gradi. Oppure faccio cose tipo uscire per andare a prenotare la ceretta (che dio mi prenda ora), passare davanti la cerettista, guardare la porta e non ricordare perché sono lì, cambiare strada e dirigermi contenta verso la libreria. Nella libreria mi è venuto in mente lo scopo della mia uscita perché ho gettato l’occhio sulla copertina di un libro di un tale il cui cognome iniziava con Pel-. Ahahah. Massì, ridiamoci su.
Tra pochi giorni parto. Vado nella terra del baccalà, il Portogallo. La lonliplànet spinge molto il baccalà portoghese e dice anche che i portoghesi sono – secondo non so quale utilissimo studio della UE - il popolo più pigro d’Europa. Io sento questa affinità, con i portoghesi, che non mi so spiegare. Anche perché – e qui, Portogallo fammi largo – pare che siano anche il popolo che consuma più alcool procapite (ma dice che schifano il porto, che viene prodotto da loro ma bevuto solo da quei portaombrelli degli inglesi).
Quindi. La guida mi sta forse dicendo che mi conviene rimanere lì, che il mio posto è lì? Po’ esse. Se non fosse che quando sono stata in Portogallo l’uomo portoghese m’è sembrato ( lo dico così, non per offendere) molto basso e tarchiato e peloso.
Non sono io che parlo, è il chilo di pollo ingerito.
Ma poi si vede che penso sempre al cibo?si capisce?
Ah. Questo è l’unico motivo per cui si è scelto il Portogallo come meta.
Fa caldo. Ti lamenti sempre, mi sembri mia nonna. Nervoso.
Forse dovresti fare così, non così. Nervoso.
Mi scusi sa dov’è via cazzillo di mare?Nervoso.
Allora stasera vieni alla cena?Nervoso.
Forse questa storia dovresti dirla ai tuoi genitori (ahah, questa poi). Nervoso.
Sono nervosa che vi giuro spaccherei qualche faccia. Non ho nessuna sindrome premestruale. Mi girano i cocomberi (un grazie a mia nonna per questa meravigliosa espressione). Sarà che forse, ma dico forse, adesso proprio ora invidio il naufrago barbuto delle vignette della settimana enigmistica, quello che parla con la noce di cocco. Ah, naufrago, come ti invidio.
Nervoso.
E comunque è sempre bene avere in macchina una bottiglia d’acqua, metti caso che, come è successo a me stasera, tanto è sporco il vetro che non vedi niente e devi guidare con la testa fuori (come consigliano tutti i manuali del vero guidatore). Sono andata a trovare questa mia amica, che spesso raccoglie gatti per strada e li cura con fare materno. L’ultimo arrivo è Tommasino, lunghezza
Dico, capisco, abortire non puoi, ma Tommasino è così piccolo e solo, come hai potuto? ti giustifico solo se li hai abbandonati per scappare con un gatto ballerino cubano grande playboy, cuoco raffinato e tenero amante al momento giusto (si chiama proiezione dei propri desideri). Allora sì, hai fatto bene. Però Tommasino ne ha risentito, anche perché, mi è stato detto, per un po’ ad allattarlo è stata la nonna. E capite, quel gatto deve essere confuso. Tommasino si aggira sperduto e spaurito per la casa. La coda è un po’ storta e il pelo di colore indefinito. Ha un fratello di nome Mario - Mariuccio per gli amici. Sbarella spesso e cammina col culo tutto a sinistra. Siccome pesa poco, nemmeno può essere usato come fermaporta o come fermacarte. Spesso ha la diarrea e la congiuntivite, non ha voce per miagolare e si infila nelle borse.Quindi tu esci per andare al mercato, fai per tirare fuori il portafoglio e invece fa capoccella Tommasino, che dice la sua sul prezzo delle banane.
Tommasino è bruttazzo, per questo mi fa pena e sono in pensiero per lui. Però siccome mi ispira anche cattiveria – perché so che sarà un perdente e che in tutto questo io sarò impotente- a volte mi vengono i moti di malvagità gratuita e lo insulto (ma lo faccio per spronarlo): Tommasino, da grande come farai con le femmine? Tommasì devi sviluppare la simpatia, a corpo stiamo messi male. Devi affascinarle con un senso dell’umorismo intelligente ma nello stesso tempo alla portata di tutte, prendi esempio da Romeo, er gatto der colosseo, poi ti faccio la videocassetta e me la studi. Tommasino mi guarda e poi mi ciuccia un dito.
Spero tanto diventi un gran parlatore, almeno.
I moduli per la domanda di laurea, quei moduli che la mia professoressa dovrebbe firmare per farmi laureare, saranno disponibili solo la prima settimana di settembre. Settimana durante la quale dovrò farli firmare e riconsegnarli belli e pronti. Fin qui, a parte che non capisco perché concentrare tutto in una sola settimana quando sono mesi che sappiamo le date delle sessioni di laurea di dicembre, niente di male. Ma. La mia professoressa, a settembre, non ci è. È in Turchia – nella terra dei templi pisciati – a scavare fondazioni di muri e discettare di coppi, lucerne, strati e cocci, circondata da operai che la odiano e le sputano nel caffè. Ora, invece, è in Sardegna a veleggiare.
Aspetta che reprimo un secondo la rabbia. Ecco.
Tu mi stai dicendo, oh burokràzia, che non posso laurearmi per una questione di scelta illogica del consiglio di facoltà o chi per lui, e di scavi lontani? mi stai dicendo, oh burokràzia, che non basta sbattersi 5 mesi prima?
La cosa va risolta. Sangue freddo: ecco le soluzioni che stamattina, alle 4, quando non riuscivo a dormire e succhiavo un ghiacciolo alla finestra, ho pensato:
1) Volo in Turchia. Roma-Istanbul, firma tesi, Istanbul–Roma. Pro: mi firma il fottuto modulo. Contro: Roma–Istanbul.
2) La chiamo e la convinco che posso tranquillamente falsificare la sua firma (questa fino ad ora mi sembra la più probabile)(ecco, io poi spero sempre che nessuno del suo giro capiti qui, magari cercando templi pisciati)
3) La chiamo e le faccio sentire la voce della figlia (Mamma, torna, mi ha già staccato un orecchio, ti prego torna)(no, ho cambiato idea, è questa la soluzione più fattibile)
4) mi siedo sotto casa sua e mi metto a piangere (questa è quella che invece sento più mia)
Ti dirò. Mi sento in balia di quella follia tipica del mondo universitario, mi sento stretta tra le grinfie di un mostro che si erge superbo sopra la mia capoccia e mi guarda con occhio vacuo. Sai quei mostri grandi e grossi ma un po’ stupidi? Quelli.
Cosa possiamo trarre di buono da questa storia?mi spiace, niente. Se non che mi sono venute in mente due cose:
Il processo – Franz Kafka (per l’atmosfera surreale e il senso di perdita del controllo)
Brazil – di Terry Gilliam (ce l’ha il modulo tz-540bis? No? Allora non può fare la pipì)

Mangiare tortellini alle 4.10 è giusto?se sì, come condirli? Lo stomaco ne risentirà? Godere ora e soffrire poi, o non godere e non soffrire?
Dilemmi che mi fanno arrizzare le carni.
Ps: la risposta giusta è, ovviamente, godere ora e non preoccuparsi del poi (per questo sono una stronza)(esatto)
Io al cinema mi irrito, a volte. Mi irrito quando il film è decente ma c’è l’attore sbagliato che recita peggio di me e rovina tutto, mi irrito quando la voce del doppiatore è ridicola o quando la morale buonista e facilona è così evidente che pensi no, ma forse lui voleva dire un’altra cosa.
Poi mi irrito quando il film fa così cagare che ti chiedi perché sei caduto anche tu nel trappolone pubblicitario e hai regalato sette euri a quel fallito del regista e a quel testa di cazzo dello sceneggiatore, chiaramente un alcolizzato che ha pagato i suoi nipoti undicenni per completare il suo lavoro mentre lui beveva lattine di birra davanti alla tv.
Detto questo, il film che non dovete andare a vedere è questo. Sì, parla della carne cattiva bua tottò cacca che schifo dei fast food ammeregani e anche delle pessime condizioni di lavoro dei messicani che arrivano negli stati uniti (e fin qui, temi scottanti, Moore fatti da parte), ma:
C’è avril lavigne nella parte di un’attivista animalista che cerca di liberare un branco di vacche da un recinto (e fallisce, tra l’altro)
Ci sono miriadi di scene e scenette inutili e irrilevanti, tipo sei minuti di inquadratura sulla protagonista che scrive la relazione di biologia nel cuore della notte, mentre la madre battona la disturba tirandole delle magliette sulla faccia e lei che urlicchia uh no mamma mi disturbi mi stai tirando delle magliette sulla faccia mentre scrivo la mia tesina di biologia nel cuore della notte (sì, la scena era così, prolissa e ridondante)
Ci sono personaggi che spariscono e non si capisce che cazzo di fine facciano
C’è un mischione di messaggi di denuncia in stile tema affrontato nel corso tenuto dal pischelletto durante l’autogestione, a scuola. Il regista, partito con l’intento di parlare solo di fastfood, ha poi evidentemente perso il controllo e creato quello che in gergo tecnico strettissimo può essere definito mischione: e la provincia americana, e il maschilismo, e l’ambientalismo, e l’ipocrisia, e l’avidità, e i calli ai piedi, e quel fastidioso prurito in quei giorni, e la cellulite.
Quindi, se non si è capito, il film mi ha un po’ innervosito. Inoltre vince senza dubbio il premio come film più brutto nella mia personale classifica dell’ultimo anno (a parimerito con Clerks 2, di cui però ero consapevole – si chiama masochismo).
Il quartiere dove abito, devo dire, è veramente un posto gonfio di sorprese d’ogni genere. Nella stessa sera puoi gustare un campionato a livello mondiale di scacchi, sorseggiare sei litri di birra ammirando le vetuste mura dell’aureliano imperator e disquisire di kebab con il kebabbaro, un uomo unto ma dal fascino orientale. Il campionato mondiale di scacchi si svolge in una bettola che chiamiamo pub per simpatia. In palio ci sono bocce d’alcool (primo posto whisky d’annata, secondo whisky meno d’annata, terzo vino generoso, quarto brocca d’acqua del lavandino anche un po’ calda) e i partecipanti sembrano tutti lavoratori del circo barnum in pausa pranzo. Alcuni li conosco da una vita; uno stasera era il mio vicino di casa, un uomo simpatico come la suola di uno scarponcino che in dieci anni di apertura cancello-apertura ascensore mi ha rivolto la parola una e una sola volta per dirmi attenta c’è un pazzo sul marciapiede (che palesemente era lui). Il proprietario della bettola è un uomo riccioluto pansamunito, che indossa, quando proprio proprio vuole esser elegante, magliette militari dieci due euri e che per richiamare i giocatori di scacchi in pausa sigaretta (tra una micidiale sfida e l’altra) urla regà ‘nnamo che le bocce v’aspettano.
Io lo stimo molto.
Nella bettola, poi, puoi fumare quanto vuoi in faccia a chi te pare, è un po’ come una zona franca dove tutti sono amici, dove il bicchiere te lo riempiono molto e dove il pizzardone multante oh no potere non ha. Poi certo, la strada poco lontana è spesso teatro di sparatorie e gambizzazioni tra loschi figuri spacciatori di sigarette drogate, ma a noi che ce frega, noi bevemo la bira e presto regà che il prossimo campionato gira voce che kasparov lo scarcereno così pò venì a tenecce i punti.
A sinistra, il vincitore del primo premio si gode il meritato riposo dei campioni.
E dire che sembra facile, invece è questione di parcheggiare macchine, dire di sì, dire di no, e fare quello che vuoi tu. Reggere il proprio giudizio, fare finta di, fare finta che, essere all’altezza. Oppure mettersi a dormire e svegliarsi senza decidere subito come stare.
Tutto uno stato di apparente pessimismo mosso in realtà da faciloneria e ottimismo allo stato brado. Come quando dici lo so che tanto va male, invece sai che tanto anche se va male il peggio che può succederti è dimenticare le sigarette a casa.
Statemi tutti tuonati e buonaserata, che sono solo le 2.35 am.
Tanto si cancella.

CANTIAMO (SU LE MANI)
Tipo : Sorry, do you have aghaghbebut?
Io: Ehm, what?
Tipo: Eheh…in Italian I think it’s….fiore…fiorell…fiore….
(Cristo, vuole un fiore? Dio mio, è pazzo, devo assecondarlo. Oppure è una proposta sessuale in stile stilnovista? Vuole vedere il mio fiore?Po’ esse).
Poi mi accorgo che ha una sigaretta in mano. La parola giusta è: accendino (brava deficiente, hai vinto una busta di coriandoli)
Io: Vorrei un bicchiere d’acqua minerale, un caffè e un accendino (per me, non per Tipo).
Cassiere: Che colore l’accendino?
Io: Rosso
C.: No, verde è più bello
Io: Vabbè, allora verde. Quant’è?
C.: Un euro, il caffè glielo offriamo noi, signorina.
Io: Ah grazie.
C.: Ha sentito signorina che hanno chiuso il bar sant’eustacchio?
Io: Ah, davvero (interessantissimo)
C.: Sì. La cofana di cremina da caffè sul bancone pare non fosse cremina.
BUHAHAHAHA.
Risate sguaiate di tutti i clienti uomini, del cassiere, dei due baristi. Grandi pacche sulle spalle, rutto libero, grattate di pacco.
Eh, grazie del caffè eh.
Continua triste la mia vicenda con scacchisti.it fanculo!*
Ieri ho capito che per la mia autostima scacchistica devo vincere almeno una partita. Per cui ho sfidato edopollari, un uomo con meno punti di me (700), ma forse più autostima. Edo si mostra subito al mio livello: sedici minuti solo per decidere con quale pezzo aprire, altri nove per decidere quale cavallo far avanzare. Mi trovo subito bene, mi sento a mio agio e niente temo. Per circa metà partita giriamo a vuoto. Mosse a caso, tutti in difesa, ad una certa entra un moderatore e ci scrive regà state a pettinà le bambole. Sottolineo: per circa quindici minuti nessuno mangia niente, manco una cazzo di pedina. Un po’ mi inizio ad insospettire: sto forse raggiungendo le nuove frontiere della demenza?come mirra è possibile? Per cui gli mangio un cavallo e un pedino a cazzo, sperando in uno sblocco, sperando che edo capisca che non possiamo continuare così, il nostro rapporto è piatto e con lui non mi diverto.
Edo si sveglia, e nemmeno il tempo di dire bah che non ho capito come mi fa scacco matto.
Edo, capite.
Un deficiente.
Niente, devo fare esercizio.
Naturalmente tutte le altre tragedie della mia vita, compreso il panino col salame andato a male mangiato per pranzo, ve le risparmio.
* chiave di ricerca di luglio.
E visto che ci siamo: smacchiare cacca (eddaje), storie paranormali in calabria (non sai quante), se durante l'esame di guida c'è il climatizzatore e ho freddo posso spegnerlo? (paura eh), fare il bidè alla zia (fidati,non è un bidet diverso dagli altri), quantità di birra permessa in gravidanza (per dire, il mio ginecologo dice di non scendere MAI sotto i tre litri al giorno).