Forse il guaranà più i mille caffè non mi fanno tanto bene (ma non è detto)
Forse io per me lo so sempre, ma non sempre mi conviene farlo
Forse devo dire più no
Forse devo abituarmi alla tua immagine, e alla mia
Forse le parole non sono così importanti
Forse hanno anche rotto le balle con i telefilm sui papi
Forse il 31 dicembre vince l’oscar come giorno più scassamaroni dell’anno
Forse facciamo finta che
Forse l’agitazione è figlia della mania di perfezionismo
Forse ho mandato in vacca anche questa cosa, e per motivi che io soilcazzoperchè
Forse ragiono a punti perché sono una ritardata
Forse Brian Eno è un po’ depresso, ma forse
Va bene,ciao.
ps: ma le ragazze di Firenze fanno all'amore?
Bene, pure ‘sto natale l’abbiamo tramortito, adesso basta superare indenni l’ultimo scoglio, l’infausta festa dei festanti dell’ultimo dell’anno, il party che non vuoi ma che ti risucchia lo stesso, e ricominceremo a vivere in tranquillità. Da parte mia cerco di non leggere oroscopi del 2007 o fare liste dei buoni propositi per l’anno nuovo, tanto lo so che il mio anno nuovo inizia sempre quando meno me lo aspetto, magari un 16 aprile a caso. Però siccome ‘sti ultimi mesi sono stati un po’ così, come dire, sempre sull’orlo del baratro, in bilico tra risata e mazzata sui coglioni, allora l’unica cosa che ho deciso, in un impeto di cazzoneria raro, è stato programmare una nuova playlist per il mio compagno lettore mp3 composta solo da roba idiota/allegrotta. Ho aperto la lista delle cose che tenevo dentro da circa…uhm…settembre? E minchia, Vedi cara no, si toglie che mi viene il magone anche se in fondo diciamolo, non è nemmeno una canzone triste e dice cose che quant’è vero che mi chiamo come mi chiamo capisco in pieno (e qui potremmo aprire un dibattito).
Poi ecco, anche i Talking Heads, basta, che mi ricordano cose da non ricordare. Il concerto alla chiesa di S.Domenico dei C.S.I.: niente da dire, ma sentire 456 volte In viaggio cantata a cappella in maniera lugubre forse non è il modo migliore per affrontare la giornata. Non commento nemmeno gli svariati album degli Smiths, che sono per le giornate di pioggia, quando vuoi trovare un motivo per lacrimare un po’ e inizi a pensare al gatto morto nel 1987. E Quale allegria di Lucio Dalla, ma perché, perché? Sono un genio del male, conosco i miei punti deboli e li sollazzo con cose del genere. E poi io empatizzo troppo con le canzoni, quindi capita di vedermi al semaforo piangere a dirotto perchè alla radio stanno passando una qualche cosa scritta da qualcuno in sindrome premestruale piena. E io piango a prescindere dal periodo del ciclo. Ma adesso basta, devo anestetizzarmi anche con la musica. E dai, su. Che la vita è breve e fa cagare già di suo.
Attenzione: qui non si voleva parlare seriamente di musica.
Update: today on air (gallina vecchia fa buon brodo)

Con la stessa inconsapevolezza di una parishilton che si accinge a tenere un discorso in una conferenza sull’inquinamento acustico causato dalle lavatrici in fase di centrifuga, decido, anni fa, di fare domanda per il mio primo scavo archeo(zoo)logico. Eccitata come una bimbetta, fiduciosa come una povera stronza, sognavo nuovi mondi, sognavo albertoangela e gli achei, sognavo anche gambe più lunghe, ma sto andando fuori tema.
Ma la realtà, belli de casa, è seeempre più dura della fantasia. E infatti io avevo tralasciato alcuni particolari.
Punto primo, la sveglia alle 5, visto che: cantiere fuori città, e apertura del suddetto alle ore 7.30. Il primo giorno, dopo il primo trillo della oregon scientific (la sveglia che se lanciata contro un muro funziona meglio di prima), ho pensato no vabbè, ma che stai a di’ davero, io passo.
Punto secondo: l’abbigliamento. Non solo fai vita da pendolare, ma la fai indossando pantaloni militari, otto felpe e scarpe antinfortunistiche + zaino con nove panini con la mortadella di cui il primo veniva consumato alle ore nove. Ed era il panino più buono del mondo.
Punto terzo: avere contatti umani prima delle otto a.m. Roba impossibile. Dialoghi con l’edicolante del calibro di: -”volevo la repubblica”
-“non ce l’ho”
-“ ma cazzo è già finita”
- “no, signorì, ancora nun è arivata”
Punto quarto: dover cominciare ad abituarsi alla propria figura che dorme sul treno, al ritorno, coperta di terriccio e con una borsa sulle gambe dalla quale escono formiche e ragni (attenzione: tutto ciò non è frutto della mia fantasia).Spiegare a millemila persone che no, non sono una punkabbestia.
Poi, tutto inizia a sembrarti normale. Con noncuranza ti lavi la faccia e le braccia alle fontanelle, con una nonchalance tipica solo della barbona carmela sotto casa mia sbocconcelli pezzi di pizza trovati in fondo alle tasche,con aria quasi flemmatica insegni alla nuova matricola imbecille la giusta postura per picconare senza necessariamente uccidere il tuo vicino.
Però, eh. Quante cose impari, lì, sul campo. Cose che la vera donna deve saper fare. Zappare, spalare,calarsi nelle fosse, indossare l’elmetto giallo topo e andarci in giro, prendere la rincorsa e spingere su per salite impervie carriole di dieci chili, tenendole in equilibrio.
Che poi, non capisco perché a suo tempo ho scartato a priori quella faccenda della casalinga. Mah.
Buona pasqua,eh.

C’era questo mio amico che aveva un padre e una madre.
Questo mio amico a quindici anni era minchione come tutti i quindicenni, ma a quest’età produsse un aneddoto che mi piace molto perché è stupido come un tavolino rotto, e quindi, eccolo.
Amico quindicenne vuole dei soldi, ma il padre non gliene fornisce. Padre allora esce di casa con madre e torna con in mano un oggetto non meglio identificato che ha appena acquistato. Amico allora sbotta e dice al padre,ma guardando anche un po' la madre (evidentemente) ah però i soldi per quell’attrezzo li avevi!
E il padre, guardando la madre e poi amico, severo: no figlio, non chiamare tua madre attrezzo!
Abbiamo trasmesso:gli aneddoti che fanno ridere gnegnet e pochissimi altri stolti
A setteotto anni mi divertivo molto più di adesso. Soprattutto perché da maggio a settembre passavo la vita giù nel cortile di casa, insieme ad altri sei criminali. La maggior parte del bagaglio ricordi è legato a quel periodo, e la maggior parte dei ricordi devo ammettere sono abbastanza vergognosi.
Tipo. Quella volta che abbiamo deciso di uccidere la vecchia del terzo piano, quella che sul balcone aveva un armadietto di legno vecchissimo e tutti i condomini dicevano ci tenesse le galline (poi dici perchè le riunioni di condominio diventano inevitabilmente situazioni surreali). Ma non per scherzo. Volevamo proprio che morisse – il motivo ora mi sfugge -, e possibilmente in maniera rumorosa e ridicola. Allora abbiamo comprato tre bottigliette di vinavil, e abbiamo imbrattato con metodo certosino il suo pianerottolo, il corrimano e i gradini della scala con la colla. Poi le abbiamo citofonato: “Signora Nella, c’è la posta, deve scendere un momento”. La signora Nella era rincoglionita, soprattutto perché signore mio so’ le otto di sera ed esiste una portineria, chi cazzo vuole che le citofoni per dirle della posta?
Comunque. La vecchia munita del suo bastone si fece tutte le scale per scendere. Non cadde, ma ci si inculò lo stesso, e mio padre non mi parlò per una settimana. Io non capivo come la signora Nella non avesse apprezzato la vinavil: aveva a sua disposizione metri di colla secca da staccare (la signora Nella non s’era mai spalmata le mani di colla per poi spellare il tutto?). Che ingrata.
Oppure. Il grande gioco di una stagione fu “Chi ruba più pagnotte”. Vittima era il forno che dava sul cortile e che lasciava tutto il giorno la porta aperta per fare entrare più agevolmente i topi, credo.
A turno ci si doveva intrufolare e rubare più pane/pizza possibile. La più ambita era la pizza rossa, calda, che nessuno prendeva mai e valeva mille punti. Io una volta rubai sei rosette. Però poi il bottino veniva diviso tra tutti, perché eravamo pirati, ma con un cuore di panna.
Anche il ristorante sulla strada aveva le finestre dei cessi maschili che si affacciavano sul cortile. Mentre il cliente pisciava, noi ci affacciavamo urlando cose come uh guarda stai facendo la pipì o lanciando sassi e mollette di legno, ma soprattutto sbirciavamo i piselli. Fatto sta che una sera uno si fece giustamente girare i coglioni, e in preda ad un raptus che oggi non solo capisco ma approvo fermamente, prese lo scopino del water e ce lo lanciò contro. Lo scopino non ci prese, ma un’ ondata di schizzi malefici ci colpì in pieno. Fu l’inizio della fine. Era il periodo della pubblicità dell’aids (quella con gli aloni viola) e per una settimana io non dormii. Eravamo tutti sicuri, in cuor nostro, di aver preso la malattia dell’alone viola, soprattutto dopo che Luca, il tredicenne bastardo del gruppo,ce lo aveva assicurato. Per qualche giorno nessuno scese a giocare. Tirava un’aria pesantissima.
Mangiavo a tavola con i miei, li guardavo e pensavo cazzo io morirò prestissimo, e loro non lo sanno. Guardavo bimbumbam e pensavo cazzo questa è l’ultima volta che vedrò uan (che nella lista dei miei pensieri, come vedete, veniva subito dopo i miei genitori).
Una consapevolezza struggente di quelle che hai solo a quell’età (io questa consapevolezza ammetto di provarla ancora, quando salgo su un aereo, ma questa è un’altra storia).
Vi risparmio la volta che lanciammo una busta riempita di cocacola (?) in una casa di un primo piano, la volta che noi femmine convincemmo i maschi a fare la pipì su tutti i motorini parcheggiati nel cortile e la volta che per tutto il quartiere appendemmo dei fogli con su scritto “Grande svendita al cortile di via taldetali”e un paio di persone vennero a chiedere al portiere di cosa si trattasse.
Finì che l’amministratore appese un cartello con scritto “Vietato giocare”, che detto così sembra l’uomo più stronzo del mondo,ma provate a dargli torto.
Abbiamo trasmesso:quando ci si divertiva con un legnetto.
Oggi sono entrata in libreria per comprare un libro serio, vi giuro. Poi per tipo dieci secondi non ho più risposto delle mie azioni e sono uscita con questo. No, non mi interessa per caso.
Ed è sabato sera, e io ora vado a vedere tutta la seconda serie di Lost perché sono nel periodo asociale non rompetemi le balle mi piaccio molto anche così.
All’improvviso arrivano dei momenti in cui mi sento abbandonata. Mi sento proprio sola al mondo, e mi autoconvinco che nessuno mi vuole. Ma mica parlo di uomini. Parlo proprio di vittimismo sociale. Inizio a pensare male dei miei amici, sospetto dei miei genitori (perché parlano sottovoce?stanno complottando per affittare la mia stanza, vero?), mi prende malissimo se il giornalaio mi risponde un po’ bruscamente e quello sguardo storto della vicina di casa mi getta nello sconforto. Comincio a pensare che beh, è normale che nessuno mi voglia bene, sono francamente insopportabile e poi sono tutti stronzi e via così, in un turbinio di considerazioni fantascientifiche che forse anche Dick mi avrebbe smontato. Inizio a fare la vittima e l’indifesa. Ma non mi scatta un meccanismo di rivincita; semplicemente, rimango attonita, e piango col capo sul cuscino ascoltando i primi dischi di nek (ma cazzo, questo non è vero,dai). Poi il giorno dopo mi sveglio, e dello sguardo storto della vicina manco me ne accorgo. Ma, oh, è durissima, quando sei sola al mondo. Ti senti proprio annadaicapellirossi. Certo, mi chiedo se sia proprio un caso che questi momenti arrivino sempre e solo nel periodo premestruale.
Ora ho parlato di mestruazioni.
La prossima parlerò di cazzi e di peli, e questo diventerà un blog da vera donnadioggi.
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Mentre attendevo con viva speranza che il mio corpo familiarizzasse con la chilata di cous cous + il bloody mary ( Vissani io non ti conosco, io non so chi sei) che ieri sera ho ingurgitato, in barba all’alimentazione bilanciata, ho capito una cosa. Che continuo a fare un errore strategico nei miei rapporti interpersonali. Io do per scontate un sacco di cose. Ma proprio tante. Metto in chiaro quel poco che proprio ovvio non è, e poi lascio al fato. Se capisce – penso – è una persona intelligente. E aspetto fiduciosa. Ma in genere la gente non è che non capisca, è che ognuno vive a fanculo da solo, e solo rarissime volte ci si incontra sullo stesso binario. Il resto del tempo, è affanno e delusione. E’ “sì sì ho capito” e invece non hai capito nulla. Ti guardi le scarpe, tiri i remi in barca, ti chiudi il cappotto, posi l’accendino, rimandi le cose. Io sbuffo e penso che andare in Australia, domani, non risolverebbe nulla ma almeno mi eviterei certe serate pesanti come un film francese con
Io non ho nemmeno il diritto di urlarti in faccia che “te lo avevo detto, però”, perché spesso non apro bocca, sperando forse che quelle proprietà telepatiche che millantavo di avere da piccola si attivino e mi aiutino nello stare al mondo. E sarei anche logorroica, ma parlo continuamente di cose idiote e se mi dici: “adesso affrontiamo roba seria, ciccia”, mi ricordo improvvisamente di quella lezione di judo.
Quindi, di che mi lamento non lo so. Ci ripenso sempre come i cornuti (questo detto mi è sempre piaciuto, dovevo infilarlo da qualche parte)
Accettazione e indifferenza. Una pacca sulla spalla e via. Un amaro, due sigarette, tre canzoni e sempre la solita roba.
(Tra un dieci minuti passa, credo).